mercoledì 15 marzo 2017

Uomo dato alle fiamme a Palermo: la reazione della città, l'informazione e la politica.

La Repubblica Palermo 
14/3/2017 - Pag. 3
La violenza, quel video e i senza tetto. Tre interrogativi tra fatti e polemiche.

Francesco Palazzo
Tre aspetti, sull’atroce violenza mortale subita dall’uomo che è stato dato alle fiamme, si possono evidenziare. La reazione di Palermo, il ruolo dell’informazione e l’uso politico della vicenda. Cominciamo da Palermo. Anche il contadino, mentre si parlava d’altro, mi ha chiesto. Se si fosse trattato di un omicidio di mafia in pieno centro o di un negozio distrutto dagli uomini del racket, il discorso non sarebbe stato introdotto. Una città che ha assistito quasi muta al fiume di sangue della seconda guerra di mafia è stata scossa come non mai questa volta. Ho persino letto che sì, la mafia ha ammazzato e uccide ma ha una sua finalità nel farlo. Eccidi in pieno giorno in mezzo alla folla, incaprettamenti vari, scioglimenti nell’acido, durante i quali pare si banchettasse mentre si giravano nella pentola liquido e corpi, sono iscritti nell’orizzonte di una tacita comprensione collettiva condivisa. Non c’è dubbio, allora. Al prossimo omicidio interno alle cosche la reazione sarà quella di prima. Si ammazzano tra loro, quando cade un mafioso, quindi non è il caso di fermarsi alla dimensione umana. Andate a vedere, invece, cosa si è scritto in rete nelle ore seguenti l’assassinio consumatosi sotto il porticato dei cappuccini, davanti al muro raffigurante San Francesco. Se uno si fosse trovato catapultato dalla luna, si sarebbe persuaso che in questa città non si era mai visto un fatto di sangue e i suoi abitanti fossero vissuti sino a quel momento nella quiete. Andiamo all’informazione. Parliamo del video molto commentato dai palermitani nei social network. Chi non li frequenta ne ha viste tante a Palermo, una volta pure una testa lasciata in un’auto nei pressi della stazione, che figuriamoci se può farsi traumatizzare da quelle immagini. Uscite dalle telecamere di sicurezza, hanno ripreso gli istanti in cui un uomo versa benzina sulla coperta sotto la quale c’è un altro uomo. Far vedere o no il video? Penso che non ci possano essere dubbi: quel video andava mostrato, stava poi alla libertà degli internauti se cliccarci sopra o rifiutarsi di vederlo. Talvolta si ha l’impressione che chi riceva l’informazione sia ritenuto mediamente, come si diceva dell’elettore medio qualche anno fa, come un bambino piccolo e neppure tanto intelligente. Le notizie, quando si può, devono essere veicolate in maniera diretta. Conoscete qualche filtro informativo che nel settembre del 2001 avrebbe potuto sostituire i due aerei che entravano nelle Twin Towers come dentro forme giganti di burro, evento che ha cambiato le ore della nostra storia contemporanea? Ai lettori, agli spettatori, non devono essere passate minestrine preriscaldate e poltiglie già masticate. A volte una buona informazione deve essere, quando può esprimersi con un’evidenza non mediata, come l’arbitro in campo, che meno si vede meglio è. Una foto, un video, un’immagine, un viso valgono più di mille parole. Chi ha visto l’eccezionale mostra sulle fotografie di Letizia Battaglia ai Cantieri culturali lo sa.Infine, su questa vicenda c’è stata anche una puntata politica. Cosa fa la politica per i senza casa e i senza nulla? Siamo in piena campagna elettorale e ci può stare tutto. Ma non si capisce in questo caso cosa c’entri. La persona che ha trovato la morte in maniera terribile possedeva una casa e dei familiari cui fare riferimento. Aveva deciso di vivere in quel modo perché riteneva evidentemente fosse la cosa migliore da fare. Questa, anche a livello politico, non è una città che si disinteressi dei meno fortunati. In tema di assistenzialismo non siamo secondi a nessuno. Anzi, con i soldi pubblici, spesso si imbandiscono tavolate per troppi.

venerdì 10 marzo 2017

Stazione Nuovo Cinema Paradiso, S.Erasmo e Palazzo della Favara: come non riusciamo a mangiare con quello che abbiamo.


La Repubblica Palermo
9 marzo 2017 - Pag. I
La stazione, il porticciolo, il castello. Così la Sicilia rinuncia alla sua bellezza.

Francesco Palazzo

In queste settimane sono scivolati sotto i nostri occhi tre luoghi che altrove sarebbero motivo di cura e attrazione turistica. Il primo è la stazione di Lascari-Gratteri, immortalata per sempre nel rullino della nostra memoria, visto che lì è stata girata la scena più bella e commovente del film premio Oscar “Nuovo cinema Paradiso”, quella in cui il protagonista va via e abbraccia il suo mentore, Alfredo. È stata demolita per fare spazio ad un fantascientifico doppio binario. A Castellabate, location del film “Benvenuti al Sud”, il luogo dove nella finzione sorgeva l’ufficio postale è diventato meta turistica. Almeno ci avessero regalato l’alta velocità, piangeremmo con un occhio, ammesso e non concesso che le due cose, memoria e sviluppo, non possano stare insieme. Avremmo quantomeno ceduto un luogo così significativo in cambio di un allineamento, in tema di trasporti, all’Italia che va da Salerno al Nord. Il mese scorso a un mio parente che lavora nel Veneto sui treni, in vacanza a Palermo, chiedevo, come un bambino che vuole sapere qualcosa sul paese dei balocchi, che sensazione si prova a viaggiare quotidianamente come schegge. «Bella», mi risponde. Certo, bella, domanda stupida. Un altro sito tornato per qualche ora alla ribalta, ancora non distrutto solo perché il mare e il panorama non li puoi abbattere facilmente, è il porticciolo di Sant’Erasmo, ripulito dagli attivisti grillini, che hanno ritrovato fra i detriti pure la carcassa di un vecchio scooter. Questo balcone sul mare, luogo che a Palermo non ha eguali, è da tempo in mezzo a una querelle tra chi vorrebbe farne una stazione per diportisti e chi intende non modificare la natura dei luoghi. Nel frattempo, facendo spostare la stazione di rifornimento che ostruisce in parte la vista, si potrebbe, utilizzando anche un tratto di strada, realizzare una grande isola pedonale che avrebbe uno sfondo naturalistico formidabile. Nessuno dei candidati a sindaco ha nulla da dire a tal proposito?Del terzo luogo che incrociamo ha scritto Paola Pottino su Repubblica. Parliamo del Castello di Maredolce e del fu parco della Favara. Ha davanti una schiera di negozi, si trova in via Giafar, a trecento metri dalla parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio, dove trascorse gli ultimi suoi anni, prima di essere ucciso dalla mafia, don Pino Puglisi. In quel quartiere sono nato e cresciuto, la casa dei miei genitori sorgeva a poche decine di metri dal vicolo che porta al castello. Da quando avevo dieci anni, correvano i primi anni settanta, sento parlare del recupero completo del castello, della sua fruibilità, dei vantaggi economici che potrebbero arrivare al rione dai flussi turistici con il maniero totalmente restaurato, con il rifacimento del parco e del lago che prima l’attorniavano. Sono trascorsi 43 anni. Passando da piazza dei Signori si vede solo un pezzo di castello, a causa della schiera di negozi sempre presenti, i lavori di recupero non sono ancora terminati, il lago e il parco sono storie lontane nel tempo. Scrive Paola Pottino che i visitatori non possono attualmente accedervi per ragioni di sicurezza. Se si fosse fatto in tempo, perché il tempo c’è stato, si poteva inserire il tutto — palazzo, lago e parco — nel percorso arabo-normanno.Ricapitolando, tre storie, tre luoghi. Una stazione di cui rimane traccia solo nel film e nelle foto. Un ex porticciolo malato, dove al momento è possibile ammirare pure un accampamento di roulotte, che rischia di andarsene stritolato fra polemiche e incuria. Un castello, senza più il suo lago, monco del suo parco, privato di visitatori, in una delle tante periferie più o meno abbandonate di questa città che va al voto in primavera. 

sabato 4 marzo 2017

Elezioni Palermo. La distanza tra le discussioni sulle alleanze e gli interessi dei cittadini.

La Repubblica Palermo 
3 marzo 2017
Campagna elettorale a Palermo. Più veleni che programmi chiari per la città. 
Francesco Palazzo

A Palermo le candidature civiche a sindaco guidano la corsa e i partiti vanno al rimorchio. Più confusi che persuasi. Siamo sempre laboratorio come viene annunciato o è soltanto un nuovo vestito su storie vecchie? Vedremo. Intanto si registra un fatto abbastanza evidente. Il centrodestra del 61 a zero, ma anche quello delle vittorie di Cammarata, non esiste più. Il suo elettorato si spalmerà sui tre candidati più accreditati, Orlando, Ferrandelli e Forello. I cinque stelle, pur non facendo accordi con nessuno, drenano voti trasversalmente un po’ da tutte le parti. Gli altri due candidati, provenienti come estrazione dal centrosinistra, hanno dichiarato che il loro riferimento non sono le forze politiche organizzate ma Palermo e che chiunque sposi questo approccio civico è sostanzialmente il benvenuto. Del resto, quello che interessa ai cittadini, quando si tratta di governare una comunità, non sono le alchimie politiche, quelle infuocano una parte molto ristretta del mondo politico, ma se le virtuosità di cui sono piene le campagne elettorali avranno poi un riscontro concreto. Antonio Fraschilla su queste pagine, il 16 febbraio, ci ha mostrato che biografie del vecchio centrodestra, con il conseguente elettorato, si stanno spalmando in maniera trasversale. Del resto, non poteva che accadere così, visto che berlusconiani e destre non hanno per Palermo alcun progetto e nomi da spendere. Si è sempre detto, in casa del centrosinistra palermitano, che per vincere occorreva pescare in altri bacini elettorali. Considerazione ovvia. Questo è quanto sta avvenendo, abbastanza alla luce del sole. La dote più apprezzabile di chi vuole governare è quella di convincere più gente possibile della bontà del proprio percorso. Allora, francamente, non si capisce la fatwa che da diversi ambienti si è calata sull’accordo che Ferrandelli ha fatto con Micciché e Cantiere Popolare.Talvolta il furore quasi religioso prevale sull’analisi della politica, che invece deve essere laica. Per tutti valgono le stesse regole. Si valuteranno le liste, quando si conosceranno nella loro completezza, ed ancora è presto, e i programmi, nel momento in cui passeremo dai titoli allo svolgimento nel dettaglio durante la campagna elettorale. Senza fare del sospetto, perché è una pagina che dovremmo esserci lasciata alle spalle, l’anticamera della verità. E poi, ovviamente, si seguirà il percorso del sindaco eletto e della sua squadra e si esprimeranno giudizi sulle cose fatte in coerenza con quanto promesso prima del voto. Sperando che i programmi non diventino militi ignoti, come accade quasi sempre, dopo la chiusura delle urne. Le carte della politica palermitana, come riflesso anche della fase politica nazionale, dal 2012, anno delle ultime elezioni amministrative nel capoluogo siciliano, si sono molto rimescolate. Occorre prenderne atto e navigare a vista. In realtà, le due candidature che cinque anni fa si affrontarono al ballottaggio, presentano più elementi di somiglianza che di differenza. A prescindere dagli slogan elettorali, che indicherebbero ragionamenti corali (“Facciamo squadra” e “Solo per i palermitani”) si vedono in campo al momento due singolarità. Sia al Golden che al Politeama strapieni abbiamo visto solo i leader parlare. Andando al quaglio, la domanda è la seguente. Cosa devono aspettarsi i cittadini di questa città nel quinquennio 2017-2022? La città sarà più pulita, i marciapiedi saranno riparati, rispunteranno quei bei cuscini blu elettrico sulle panchine del foro italico, i trasporti funzioneranno meglio, le circoscrizioni serviranno a qualcosa oltre che essere un costo, spariranno i posteggiatori abusivi, la Favorita chiuderà, ci sarà una chiusura permanente sull’asse Piazza Croci-Stazione, saranno attenzionate le sacche di povertà, si metterà mano all’illegalità diffusa, le periferie saranno curate, i servizi saranno efficienti e rapidi? E potremmo continuare. La politica, per i cittadini, è tutto questo e tanto altro. È vita quotidiana che l’azione amministrativa, qualsiasi sia la casacca che indossi, deve rendere più semplice e decente utilizzando al meglio le risorse finanziarie pubbliche. Il resto è solo fumo.

domenica 5 febbraio 2017

Palermo, la cultura quotidiana che serve, intanto, a noi.


La Repubblica Palermo
4 febbraio 2017 - Pag. I


La cultura che serve alla capitale della cultura
Francesco Palazzo

Con la cultura, intesa però nella sua accezione a 360 gradi, si mangia eccome, lo ha ben sottolineato giovedì Enrico del Mercato. Si possono fare tavolate che non finiscono mai. Palermo, capitale della cultura lo è da secoli e lo è, non ce ne vogliano le nostre ultime contendenti, al cospetto delle più grandi città italiane, europee e mondiali. E lo siamo stati, se guardiamo la storia recente, negli anni della primavera.Va detto che questo riconoscimento premia più quello che siamo attualmente che ciò che possiamo diventare, ossia delle capacità in larga parte inespresse. Il termine cultura ha variegate sfaccettature. Riguarda il mondo culturale in senso stretto, ma concerne pure l’offerta turistica riguardo ai siti e quella ambientale riguardo al territorio, attiene al mondo della politica e ai comportamenti di ciascuno. Messa così dobbiamo chiederci quali forature dobbiamo riparare per essere, oggi e domani, per noi stessi prima che per gli altri, capitale della cultura. Mentre apprendevo che Palermo prendeva questa medaglia ero a Catania. Per recarmi dal centro all’università e tornare, ho preso, non attendendo più di tre minuti, il bus circolare BRT1. Collega, dalle 5 alle 24, il centro alle periferie in continuazione, le attese vengono annunciate da pannelli elettronici e la stessa cosa accade per le altre linee. Tornato a Palermo dopo le 21, e non è la prima volta, il deserto. Per andare dall’altra parte della città non c’erano più in giro 101, riesco a prendere l’ultima 107 che parte alle 21 e 25. Qualche giorno prima, di mattina, avevo visto tre 101 dirigersi incolonnati verso la stazione, intralciandosi a vicenda. Allora il primo obiettivo che dobbiamo centrare è la cultura dell’organizzazione. Inutile avere tre mezzi in carovana alle otto e nulla dopo le 21 e 30. Occorre perseguire anche la cultura della puntualità e della certezza. I palermitani, in primo luogo, e i turisti devono sapere quanto aspetteranno i bus. Organizzazione e puntualità si possono applicare a tanti ambiti, sono ingredienti non secondari per essere capitale di qualsiasi cosa. Cultura è l’offerta turistica che si propone. La decennale esperienza de “Le vie dei tesori” aspetta di essere presa in carico dall’amministrazione per diventare un dato certo e spalmato su tutto l’anno. Andando in giro per Palermo non si trovano audioguide neanche a pagarle a peso d’oro. Cosa ci sarebbe di più affascinante che girare lo sterminato centro storico di Palermo accompagnati da un’audioguida o da guide in carne e ossa non a prezzi esorbitanti? Si può prendere esempio, ne abbiamo scritto, dalla FVG card triestina. La cultura è fruizione dell’ambiente cittadino. Si dirà che si è proceduto con diverse pedonalizzazioni. Ma, sinora, e qui possiamo tornare a Catania, dove la piazza davanti al duomo è stabilmente negata alle auto, come la via adiacente sino alla successiva piazza e continuando per un bel pezzo di via Etnea, a Palermo non si riesce a fare nell’asse centrale Libertà — Ruggero Settimo — Maqueda, nulla di veramente definitivo. Poi c’è la cultura del far rispettare le regole ovunque. Attualmente solo nel perimetro ZTL avviene, nel resto della città si può fare sostanzialmente quello che si vuole. Uno spaccato che determina la cultura di una città è la cura che si riserva alle periferie. Che non è la pulizia straordinaria di fine legislatura e deve pure dare conto di cosa è il decentramento, ossia a cosa servono, senza poteri, le circoscrizioni che andremo a eleggere tra qualche mese. Cultura è pure tenere pulita la città in ogni luogo, non solo limitarsi a superare l’emergenza dell’immondizia. Insomma, cultura è porre in essere delle cose che durino, non puntare soltanto sui grandi eventi. Le opportunità del 2017, Palermo città dei giovani, e del 2018, Palermo città della cultura, possono diventare dei formidabili moltiplicatori solo se trovano il terreno adatto. E ancora non ci siamo. Fatevi un giro per le strade centrali, troverete i marciapiedi in condizioni pessime. Dobbiamo chiederci che tipo di cultura della bellezza comunica questa evidenza, non ai turisti ma ai palermitani. Perché dobbiamo sviluppare il discorso culturale intanto per noi. E se noi ci piaceremo sempre di più saremo graditi anche agli altri. Pure dal 2019 in poi, quando si saranno spenti i riflettori. Palermo negli ultimi anni è un po’ migliorata, non ci voleva molto dopo il decennio precedente, dunque l’autostima di cui si parla deve ancora fare tanti chilometri. Resta da chiedersi cosa intendono fare tutti i cittadini per migliorare la loro cultura civica. Le istituzioni possono fare molto, ma tanto è nelle mani dei palermitani. Infine, dobbiamo chiederci se tra di noi, prima che agli occhi degli altri, la cultura mafiosa è davvero sconfitta, cioè se è vero che la mafia non comanda più. Direi che c’è molto da lavorare. Non riverniciando slogan per apparire più attraenti agli altri. Lo stato culturale di una città si misura lontano dai riflettori, quando non si indossa il bel vestito domenicale e si inforcano gli abiti della quotidianità. Questo è un premio, il più bello e significativo, che solo noi, comunità di uomini e donne, possiamo darci.

domenica 29 gennaio 2017

L'ora legale, un bel film mai visto in Sicilia nella realtà.

La Repubblica Palermo
28 gennaio 2017 - Pag. I
Il film mai visto sulla coerenza delle promesse elettorali

Francesco Palazzo

Dal bel film di Ficarra e Picone, L’ora legale, si possono trarre diversi spunti ma una stessa reazione finale interdetta dal punto di vista dello spettatore che si aspetterebbe un lieto fine. Anche le risate non sono mai piene ma impastate insieme alle constatazioni amare sul malcostume che imperversa tra gli stessi astanti a varie latitudini e intensità. Alla fine cala il gelo sul the end. Nessuna assoluzione, niente alibi. Nemmeno per la politica virtuosa. Che scappa a gambe levate alle prime difficoltà. Ma soprattutto nessuna semplice via d’uscita per i cittadini. Ciascuno sbuca dalla proiezione con le proprie domande irrisolte, con le personali incoerenze e contraddizioni tutte da chiarire con se stesso. Il passaggio che più mi ha colpito è la frase pronunciata da un’elettrice delusa che richiama tutti alla lettura attenta di quello che era il programma del candidato. Era tutto scritto lì, il sindaco eletto stava realizzando punto per punto tutto ciò che aveva promesso. Solo che, lo sappiamo, di programmi elettorali teorici e altisonanti son piene le fosse. È come se si realizzasse un patto tacito tra corpo elettorale e candidati. I programmi e le promesse sono una cosa, la realtà un’altra. È un vero peccato che le leggi elettorali non prevedano, per chi concorre alle massime cariche, che si debba mettere nero su bianco nelle schede elettorali le dieci cose più importanti da realizzare se eletti, obbligando le amministrazioni in carica a prevedere, sin dall’inizio del mandato, scadenze e modalità precise per singola voce da inserire in bella evidenza nei siti web. Non prima di averne ufficializzato l’esistenza davanti ad un garante terzo. Per dire, visto che abbiamo le elezioni comunali a Palermo tra qualche mese, mi chiedevo quale era nel 2012 il programma elettorale dell’amministrazione in carica. Ho fatto una ricerca sul web e non sono riuscito a trovarlo. Allora ho pensato che sicuramente ne avrei potuto scaricare una copia dal sito del Comune. Ma, a meno di non aver cercato male, non mi pare che ci sia traccia di ciò. Per carità, magari la giunta che governa la città da cinque anni ha osservato scrupolosamente quanto aveva prospettato proponendosi all’elettorato palermitano. Ma non essendoci un documento ufficiale intorno al quale confrontarsi in contraddittorio, è difficile stabilire la coerenza della tabella di marcia quinquennale con quanto era stato preventivato. Ricordiamo vagamente, ma attendiamo conferme o smentite da chi ha in mano il programma elettorale o lo rammenta meglio, una chiusura del Parco della Favorita, che doveva diventare il corrispettivo del Teatro Massimo come immagine e simbolo. Un’altra cosa che ci viene in mente è che da Piazza Croci alla fine di via Maqueda doveva estendersi una lunga isola pedonale. Ma pensiamo al futuro. Non sarebbe male se i tre candidati più accreditati, Orlando, Ferrandelli e Forello ci fornissero, ben prima di inondarci di candidati al consiglio comunale e alle circoscrizioni, sulle cui qualità siamo pronti a mettere la mano sul fuoco, dieci punti programmatici ciascuno e li sottoscrivessero, accompagnati da un cronoprogramma, durante un dibattito pubblico, impegnandosi a inserirli sempre in piena evidenza sul sito istituzionale se eletti, in modo che si possano controllare azioni e tempi. Tornando al film di Ficarra e Picone, ho l’impressione che, nella realtà concreta, quasi mai si contrappongono azioni politiche legalitarie rivoluzionarie e innovatrici da parte di illuminati amministratori e ardue resistenze da parte degli amministrati che vogliono difendere i loro orticelli. Le cose sono molto più complesse. Da entrambe le parti, ci pare, sia da chi si propone come il nuovo e dall’elettorato che intende cambiare tutto appoggiando il nuovo, è una bella gara a misurare, nei fatti, incoerenze e parole al vento. Nessuno scappa dai palazzi del potere, per troppa coerenza, come il sindaco di Pietrammare. E non si intravedono masse di elettori delusi che si presentano in massa a chiedere conto delle troppe rigidità legalitarie. Almeno in Sicilia è un film che non si è mai visto.

sabato 21 gennaio 2017

Elezioni Palermo 2017 e Addiopizzo. La rivolta civile che dà energia alla politica.

                   Repubblica Palermo
                20 gennaio 2017 - Pag. I

                Da attacchino Addiopizzo a candidato sindaco: segni di cambiamento.
                Francesco Palazzo

Quante possibilità avevano i sette ragazzi, freschi di laurea, che nella notte tra lunedì 28 e martedì 29 giugno del 2004 riempirono il centro di Palermo dei manifestini con il famoso slogan («Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità») di immaginare che uno di loro, dopo dodici anni, avrebbe potuto puntare a Palazzo delle Aquile? Nessuna. Così è accaduto, anche se quegli attacchini hanno fatto molta strada. Impossibile per i partiti tradizionali valorizzare un’esperienza di questo tipo.Si dirà che la procedura con la quale il Movimento 5 stelle è arrivato a designare il candidato a sindaco di Palermo ha registrato un numero esiguo di votanti (590), se solo si pensa alle folle che ogni volta hanno gremito i gazebo delle primarie. Nel 2012 per decidere il candidato a sindaco del centrosinistra ci furono quasi trentamila elettori, nel 2007 circa ventimila. Ma ciò non toglie, come recentemente ha fatto notare Emanuele Lauria su queste pagine, che tra le file dei grillini si contano tanti quarantenni, sino a questo momento rimasti ai margini della politica, che vogliono comunicare delle idee a questa città. Ma la vera cifra della scelta del popolo grillino, il forte valore aggiunto della candidatura dell’avvocato Salvatore Ugo Forello (uno dei sette di quella notte del 2004) allo scranno più alto di Palazzo delle Aquile è che l’antimafia, senza per questo volere ridurre il prescelto a una sola dimensione, entra dalla porta giusta, la politica, nell’agone politico delle amministrative in programma nella prossima primavera.Questa la novità. Sinora, infatti, abbiamo fatto i conti con uno schema molto simile a quello della tornata elettorale del 2012. Non preventivato, invece, nemmeno tra i Cinquestelle, se non negli ultimi mesi, che potesse emergere nel flusso politico palermitano una fiche che avesse queste caratteristiche. Che aiuta, peraltro, gli stessi Cinquestelle ad archiviare, almeno da un punto di vista politico e agli occhi dell’opinione pubblica, l’affaire delle firme, che rimarranno oggetto di attenzione su altri versanti che non riguardano la politica. Per dirla tutta, a prescindere dall’espressione di voto che ciascuno in primavera consegnerà al proprio seggio, che uno dei fondatori di Addiopizzo sia candidato a sindaco è una buona notizia per Palermo. Lo è perché la criminalità organizzata, oltre che dire ancora pesantemente la sua nel versante sociale e in quello economico, è presente, come evidenziato giovedì da Antonio Fraschilla e Salvo Palazzolo su queste colonne, certo non da sola, nel mercato elettorale in tanti quartieri in vista del rinnovo del Consiglio comunale e delle circoscrizioni. Schematizzando. Siccome la mafia, usando una locuzione abusata, è viva e lotta insieme a noi, una candidatura che proviene da un movimento che si è sempre battuto sul versante opposto, privilegiando un’antimafia dei fatti, anche se Forello per la sua scelta politica ha differenziato il suo percorso rispetto a quello di Addiopizzo, non può che far respirare meglio un po’ tutti. È vero, per amministrare una città si devono percorrere i tornanti della gestione delle cose concrete, occorrono competenze sui singoli rami d’azione, ci vogliono le capacità di mettere le persone giuste al posto giusto, è necessaria la conoscenza approfondita di una città complessa come Palermo. Su questi aspetti tutti gli attori in campo si misureranno privilegiando — speriamo — il versante della chiarezza. Sinora Palermo non è emersa nel dibattito. Hanno prevalso tatticismi e politica politicante. Chi si allea con chi, chi pone veti, chi non sa cosa fare e chi attende risposte. Ma abbiamo l’impressione che l’emergere di questa candidatura grillina, proprio per l’ambito che evidenzia nello spazio politico palermitano, toccando un punto che vorremmo lasciarci alle spalle ma ancora non ce la facciamo, potrà, oltre che rappresentare una valida opzione in campo, far convergere un po’ tutti nel delineare il futuro di Palermo. Che ci auguriamo possa essere quello di una città moderna, pulita, che sappia valorizzare le periferie, dove ci si muova meglio e non soltanto al centro, in cui la cosa pubblica e i denari di tutti siano gestiti sempre più con trasparenza ed efficacia. Ma, su tutto, una città veramente libera dall’ipoteca mafiosa e dall’illegalità diffusa.

giovedì 12 gennaio 2017

Lo strano e unico caso tra il Partito Democratico palermitano e Palazzo delle Aquile.

                 La Repubblica Palermo
                    11 gennaio 2017

       L'anomalo PD palermitano che  non riesce ad avere un suo sindaco

                   Francesco Palazzo

 C'è un'anomalia nella politica italiana, il Partito democratico palermitano. Le elezioni comunali sono vicine e il classico malanno viene fuori come un male di stagione mai curato. Parliamo di un dato che viene da lontano. Il punto è che questo partito, da quando era Pci, poi Pds, quindi Ds e adesso Pd, non ha mai ottenuto una visibilità tale da poter accedere con propri nomi allo scranno più alto di Palazzo delle Aquile. Nella Prima Repubblica, a parte le regioni rosse, in città come Napoli, Roma, Torino e Venezia ci sono stati sindaci comunisti. Nella piccola Aosta ben tre sindaci falce e martello. Nella Seconda Repubblica, da quando si eleggono direttamente i sindaci, il quadro comparativo è disarmante. Cominciamo dal Sud. A Reggio Calabria, dal 1993, il Pds-Ds-Pd è stato protagonista, con propri iscritti, di tre vittorie. In Basilicata, a Potenza, dal 1995 al 2014 il Pds-Ds-Pd ha vinto tre volte con propri esponenti. A Bari il Pds-Ds-Pd dal ’93 a oggi vince con propri dirigenti quattro elezioni. Nel Molise, a Campobasso, dal 1995 a oggi, il Pds-Ds-Pd ha vinto tre volte la carica di sindaco con propri tesserati. Inutile ricordare le esperienze dei sindaci di Napoli e Roma. In Abruzzo, nel capoluogo L’Aquila, dal 1994 a oggi ben tre sindaci rappresentanti del Pd e suoi antenati hanno guidato la città. Lasciamoci alle spalle la zona rossa. La storia non cambia. Sia su Venezia, che su Trieste, passando per Trento e Bolzano, poi considerando Milano, Torino e Aosta, potremmo scrivere le stesse cose evidenziate in dettaglio per le altre città. Se ci trasferiamo a Cagliari, il sindaco attuale è stato esponente del Pds e dei Ds, sostenuto dal Pd in una coalizione di centrosinistra. La musica non cambia in Sicilia. Palermo per il Pd costituisce sempre uno scenario a parte. Lasciando perdere la rossa Enna, attualmente è sindaco dell’altra importante città sicula, Catania, un rilevante esponente del Pd. A Caltanissetta dal 1997 a oggi il Pds, i Ds e il Pd hanno vinto quattro volte le elezioni, tre volte sostenendo propri tesserati. A Siracusa il sindaco appartiene al Pd. Ad Agrigento, nel 2012, è eletto sindaco uno dei dem. A Trapani per due mandati, dal 1993, è stato eletto un dirigente pds. A Ragusa, dal 1994 al 1998, il sindaco è stato uno del Pds. A Messina nel 2005 vince le elezioni un dirigente della Margherita, che poi sarebbe confluita nel Pd. Nel 2013 il Pd al primo turno è arrivato quasi al 50 per cento con un proprio uomo. Come si vede, quella del Pd palermitano è una vicenda unica. Una debolezza mai affrontata sul serio. E non si tratta di presentare o meno il simbolo. Bisogna vedere come e perché lo fai. Se è un atto di forza o di debolezza. Nel 1990, con Insieme per Palermo, fu un atto di subordinazione nell’attesa, vana, che Orlando aderisse alla lista. La Dc fece il pieno e gli omini che si tenevano per mano conobbero una sconfitta cocente. Togliere il simbolo del Pd dalle prossime amministrative, come imposizione esterna, tornerebbe a essere un gesto non di forza. Invece, nel 1993, la lista Ricostruire Palermo, con dentro il Pds, aveva un senso, cosi come quando nel 2001 si diede vita alla lista Per Palermo, con dentro i Ds, c’era una prospettiva politica, anche se disperata, visto che il centrosinistra andava incontro a un cappotto umiliante. E il problema non è neppure Orlando: lui ha sempre fatto il suo, rimediando alla fragilità del Pci e dei suoi eredi. Quando il Pd panormita avrà il coraggio di metterci la faccia, con un proprio dirigente di peso, non con improbabili papi esterni, per la poltrona più importante della politica palermitana? Se si gioca sempre fuori casa ci si fa strapazzare malamente.In ogni caso, comunque vadano le cose in primavera, dopo questa legislatura ci sarà il momento in cui cadrà il dilemma Orlando sì o no. Dunque il cammino va iniziato subito. Il più grande partito italiano non può permettersi ancora per molto tempo di non provare a pesare la propria storia e la propria idea di città nel quinto comune d’Italia. Gestire sconfitte o vittorie altrui è un modo triste di vivere la politica. Quella che manca al Pd di Palermo è una storia. Non è colpa di quelli di adesso, perché una storia si tesse nel tempo. Quando comincerà il Pd a costruirne una a Palermo finendo di essere un’anomalia nel panorama politico italiano?

domenica 1 gennaio 2017

Cercati un amico. Non mafioso.

La Repubblica Palermo
31 dicembre 2016
I successi di AddioPizzo. E quello che resta da fare.

Francesco Palazzo
L’Associazione Addiopizzo, che esordì in una notte del giugno 2004 con affissioni anonime (“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”), lancia una nuova campagna con un altro slogan “Cercati l’amico”. Un modo per prendere in giro e capovolgere l’invito degli esattori del racket. I quali intimano ai commercianti di cercarsi un conoscente per addivenire a condizioni “migliori” circa la rata da versare. Insomma, un’esortazione a trovare alleati non tra i mafiosi ma nelle associazioni che difendono le vittime del racket, tra le forze dell’ordine e tra gli stessi commercianti per fare massa critica e opporsi non da soli al pizzo. Nel nuovo messaggio appare il mafioso con coppola annullato da una striscia rossa e un numero di telefono, 3279061172, da chiamare in caso di bisogno, oltre che il sito dell’associazione www.addiopizzo.org. Da dodici anni questa esperienza costituisce un punto di riferimento e una speranza non solo per gli imprenditori ma soprattutto per i siciliani. Si tratta di cittadini che, anziché aspettarsi azioni dalle sole forze dell’ordine, dalla magistratura o attendere cambiamenti culturali di lungo periodo, hanno deciso di impegnarsi su un fronte molto difficile nella lotta a Cosa nostra. Pertanto decisivo nel combatterla su un terreno in cui le coppole storte puntano molto. Sia per le entrate che assicurano le azioni estorsive, sia perché in tal modo si ha il controllo costante del territorio. Passeggiando in città vedo questi adesivi che rimangono per tanto tempo, per anni, sulle vetrine dei negozi. Segno che c’è ormai una condivisione diffusa. Che ha anche generato un timore in Cosa nostra, visto che in diverse intercettazioni i boss hanno raccomandato ai loro scagnozzi di non recarsi nei negozi aderenti ad Addiopizzo perché ciò poteva creare grane. Va detto che tale esperienza, come poche altre e al contrario delle tante che muoiono nel giro di poco tempo o che servono anche a drenare fondi pubblici, ha sinora avuto il carattere della continuità e dell’innovazione. Le discussioni e le divisioni vi saranno state anche in questo caso, ma ha finito per prevalere l’obiettivo che si erano dati gli allora ragazzi del 2004. Liberare Palermo e non soltanto la città capoluogo, visto che c’è una sede anche a Catania, dalla odiosa pratica del pizzo. Ovviamente, occorre dire, per non farla troppo facile, che il metodo estorsivo è ancora largamente praticato e molto spesso trova il consenso degli stessi imprenditori. Che vedono tale esborso come una normale tassa da pagare sull’altare della sicurezza. Un po’ come fa il palermitano quando sgancia l’obolo al posteggiatore abusivo. Ma Addiopizzo, con i risultati non trascurabili che ha ottenuto, è sicuramente un pezzo importante del mosaico contro Cosa nostra. Basta sapere che tutti gli altri pezzi devono essere collocati nel posto giusto e che per combattere la criminalità organizzata non c’è una sola chiave di accesso. Dal punto di vista pratico, oltre che pubblicare la lista degli esercenti che non pagano la mafia, si dovrebbe rendere più attraente e diffusa la AddioPizzo-Card, presentata nel 2014 durante la festa annuale del consumo critico “Pago chi non paga” e che consente degli “sconti etici” presso gli esercenti e le imprese convenzionati. Occorrerebbe abbinare la lotta alla mafia alla convenienza per gli acquirenti, passando dallo sconto etico, pensato per finanziare progetti, ad una scontistica vera e propria. In modo che il compratore possa subito misurare sulle proprie tasche quanto ci guadagna comprando in luoghi dove sono banditi gli uomini del racket. Per finire, una notazione politica, pur avendo contezza che già lottando la mafia si fa politica nel senso di un interesse concreto per il destino della polis. Uno dei fondatori di Addiopizzo, l’avvocato Ugo Forello, da quanto leggiamo, potrebbe essere uno dei candidati a sindaco nelle elezioni palermitane del 2017. Segno che la lotta alla mafia, fatta non solo di slogan ma operante concretamente in ambiti difficili e pericolosi come quello del contrasto al racket, può creare percorsi che possono essere messi al servizio, in un ambito più ampio, dell’intera comunità.

sabato 10 dicembre 2016

I siciliani e la sinistra radicale che votano no in massa. Ma si sono fatti bene i conti?


La Repubblica Palermo
9 dicembre 2016

Se alla sinistra piace solo perdere
FRANCESCO PALAZZO

In Sicilia il NO al referendum ha dilagato. Era difficile ribaltare il risultato atteso, ma non impossibile contenerlo. Soprattutto nelle due grandi città siciliane, Palermo e Catania. Ma da una parte si è mossa probabilmente meglio che altrove la sinistra esterna ai democratici, che ogni volta ha pure accolto per strada il presidente del Consiglio come una specie di usurpatore. Con una vigoria e un’acrimonia che non si era vista nemmeno quando a Palazzo Chigi c’era la destra. Lo schema è sempre quello di colpire ciò che è più vicino. Si era fatto con i due governi Prodi, 1998 e 2008. E magari ci guadagnassero più consenso, si potrebbe capire. Invece, ad esempio nel 2008, dopo la caduta di Prodi, la Sinistra Arcobaleno non entrò neppure in parlamento in occasione del voto anticipato. Che vide vincere l’altra squadra alla grande. Ora c’è il solito richiamo all’unione di questi frammenti, la proposta dell’ex sindaco di Milano, Pisapia, non è da buttare. Ma già sono partiti, anche dall’isola, a poche ore dal lancio del Campo Progressista, distinguo e anatemi. Dall’altra parte, almeno guardando a Palermo, città nella quale si giocava molto del risultato siciliano, non ci è sembrato che nel Pd ci sia stato un impegno massiccio per il SI. Nel gazebo allestito al centro ho visto sempre le stesse poche facce di volontari. Per il resto, a parte la funerea rappresentazione grillina a favore del No, non mi pare che i 5 Stelle nel capoluogo si siano spesi più di tanto, ma neppure le altre forze del No. I leader del movimento hanno disertato Palermo, così come i capi della Lega e di Forza Italia. Eppure, questo voto di massa per il No, escludendo impennate di Forza Italia, della destra e della Lega nell’isola, e ipotizzando che come sempre la sinistra esterna al Pd poco si gioverà di questa “vittoria”, dovrebbe essere di marca grillina, un consenso ormai evidentemente molto esteso. Certamente c’è stata anche in Sicilia un’opposizione nel merito alla riforma. Ma è chiaro che nel sud, e in Sicilia in misura maggiore insieme alla Sardegna, che però ha un peso diverso nel panorama elettorale, lo spoglio ha registrato un voto politico a prescindere dal quesito posto. Al centro del mirino Il governo Renzi. Che pure in tre anni, certamente con errori e sottovalutazioni, non ha proprio promosso delle cose così improponibili. Pensiamo al sociale, alla scuola, ai diritti civili, all’immigrazione, agli interventi sul mondo del lavoro, alla stessa riforma costituzionale, ai dati macroeconomici che migliorano. Ma ha avuto il sopravvento la ventata antigovernativa. Il classico schema siciliano di Roma che non pensa a noi. A ciò si aggiunga che ha prevalso chi ha parlato di sconvolgimento della costituzione, di democrazia in pericolo, creando paure slegate dal contesto referendario ma di sicuro effetto. Basta pensare che su uno dei due pilastri della riforma, il rapporto stato-regioni, si toccava non l’impianto dei padri costituenti, ma una modifica apportata nel 2001. E che peraltro non riguardava immediatamente la Sicilia in quanto regione autonoma. E che sul ruolo del senato c’è un dibattito ultradecennale tutto nello stesso verso, quindi niente di sorprendente. Ma alla fine con questo plebiscito cosa ci ha voluto dire la Sicilia rispetto ad altre regioni dove il no ha prevalso con percentuali più ragionevoli? Sicilia ancora laboratorio? E di cosa? Forse questo rifiuto di massa è la premessa di altri plebisciti, questa volta in positivo, da attribuire non appena sarà data l’occasione di votare per le elezioni? Questo lo scopriremo. Ma una domanda finale dobbiamo farcela, dando per scontato che nelle urne siciliane sono stati versati, più che altrove, disagi di tutti i tipi, che poco avevano a che fare con la riforma. Ma in una società politica che non riesce ad innovarsi, che rimane chiusa nelle proprie paure, che non cambia, che resta nel ‘900, alla fine, chi ci guadagna di più, coloro che hanno più difficoltà o quelli che sono già in qualche modo garantiti dal sistema? Le regioni più forti o quelle più deboli? Insomma, i siciliani si sono fatti bene i conti? Oppure, come probabilmente succederà alla sinistra dura e pura, alla fine da questo voto non avranno altro che da perderci?

mercoledì 23 novembre 2016

Le vie dei tesori a Palermo. Eccellenza o normalità?

Repubblica Palermo
22 novembre 2016
Come mangiare con la cultura
Francesco Palazzo

Si è conclusa a fine ottobre la manifestazione Le vie dei tesori. Per tutti i fine settimana del mese il menù proponeva di tutto. Novantadue luoghi da visitare con persone che fornivano spiegazioni, sessantotto passeggiate guidate, ventiquattro attività per bambini, otto eventi tra concerti e incontri e la notte bianca Unesco. Quasi duecento appuntamenti che sono stati presi d’assalto. E che non erano neppure gratuiti. A testimonianza del fatto che si possono promuovere i beni materiali e immateriali anche facendo pagare. In questo caso si trattava quasi di un esborso simbolico (un euro per i novantadue luoghi), ma siamo sicuri che i tantissimi visitatori che hanno fatto le code avrebbero sborsato anche di più. Ovviamente, tale movimentazione di persone ha provocato un effetto indotto. Hanno lavorato di più, in diverse zone della città, tutti gli esercizi commerciali, soprattutto bar e ristoranti. I numeri parlano da soli. 210 mila presenze con una ricaduta di ricchezza turistica di quasi 2 milioni e mezzo di euro. Ed è un esempio di cosa si dovrebbe fare per promuovere strade, penso a via Roma, ma non soltanto, altrimenti destinate al declino, che magari la ZTL rende evidente e amplifica, ma che è già iniziato da anni. Durante le visite faceva piacere parlare con i tuoi concittadini, scambiarsi informazioni sulla bellezza di questo o quel luogo. Insomma, una bella esperienza. Che in altri luoghi, dopo dieci anni di svolgimento, avrebbe trovato una sistemazione istituzionale, attirando sempre più “turisti” non solo palermitani, ma da tutta la Sicilia e provenienti dal resto della penisola e del mondo. Tra l’altro, Palermo è così ricca di luoghi che i siti da visitare si potrebbero almeno raddoppiare. Poiché noi sappiamo essere bravi, ma spesso solo quando ci esprimiamo in singole eccellenze e in determinati periodi, ma non riusciamo ad essere competitivi alla lunga distanza, non sarebbe male che questa bella pagina entrasse nei programmi elettorali dei candidati a sindaco. Senza fermarsi tra la polvere dei fogli, perché, lo sappiamo, di mirabilie preelettorali è pieno il mondo, di cose che poi hanno trovato concreta realizzazione dopo l’elezione ci sono pochi esempi virtuosi. Tanto che non sarebbe male inserire dentro la scheda in cui l’elettore appone il proprio voto, almeno dieci punti di cose da fare. Tutte. Con tempistica precisa, e se non fatte in toto o nei tempi previsti prevedere la sanzione delle dimissioni o l’impossibilità di una ricandidatura. Cosa, dunque, potrebbe fare il prossimo sindaco con Le vie dei tesori? Non bisognerebbe inventarsi nulla, ma emulare, adattandola a noi, qualcosa che funziona bene. Viene praticata a Trieste e si può prenotare anche online (www.turismofvg. it/FVG-Card). È una card che, con un costo molto contenuto, consente di entrare gratuitamente in decine e decine di siti turistici sparsi in questo caso in tutta la regione, di fare diverse esperienze turistiche, di avere agevolazioni o gratuità sui mezzi di trasporto e sconti in alcuni negozi. Perché non trasformare Le vie dei tesori in qualcosa del genere destagionalizzando l’offerta? Con la Friuli Venezia Giulia card c’è anche la possibilità di girarsi il centro di Trieste con una semplice audioguida o con un accompagnatore in carne e ossa. Vi immaginate cosa potrebbe significare farlo a Palermo con un centro storico, con tutto il rispetto per quello di Trieste, che è una vera e propria miniera. Certo, occorrerebbe dotare i luoghi dei dovuti presidi. Per esempio, ogni volta che entro in quello che è il pantheon laico di Palermo, la chiesa di San Domenico, mi chiedo come mai nessuno ha pensato di fornire un’audioguida che spieghi i personaggi e la storia contenuti in quel luogo. Insomma, si può vivere e mangiare di turismo. Ma occorre che le istituzioni, coinvolgendo privati, associazioni e singoli preparino la tavola. Altrimenti si rimane digiuni o ci si nutre solo per poche settimane l’anno. C’è qualche candidato a sindaco (ma potrebbe valere pure per i candidati a Palazzo D’Orleans visto che la FVG card copre tutta una regione) che vuole mettere, concretamente, nel suo programma per Palermo 2017-2022 una cosa di questo tipo?

giovedì 27 ottobre 2016

I ristoranti spagnoli che non digeriamo e i nostri souvenir di mafia.

La Repubblica Palermo 
26 ottobre 2016
I souvenir col marchio mafia venduti sotto casa
Francesco Palazzo

La notizia è che in Spagna più di quaranta ristoranti con il logo mafia dovranno cambiare, su forte richiesta dell’Italia e su decisione dell’Europa, marchio. Non si può lucrare, questo era il senso della richiesta italiana, che è stata corredata dalle immagini delle stragi del 1992 e da quelle dell’assassinio di Piersanti Mattarella, su una cosa terribile come Cosa nostra. Ora però, visto che ci siamo, dovremmo spiegare all’Europa, e agli spagnoli, perché mai in Sicilia, terra che ha fondato la casa madre di mafia spa, ci sono migliaia di negozi, anche cinesi, che smerciano souvenir inneggianti alla mafia. Che, ovviamente, poiché è molto improbabile che un siciliano possa comprarne uno, visto che ha l’originale sotto casa, sono rivolti al mercato dei turisti. Che non so se li acquistano, ho chiesto più volte ai commercianti e ho avuto risposte evasive, ma intanto se li trovano un po’ dappertutto. Da Taormina a Cefalù, da Erice e a Palermo, da Catania a Modica. Anche nell’isoletta più sperduta trovi un negozietto che ti vende il mafioso e la mafiosa, le tre scimmiette che non sentono, non vedono e non parlano, tazzine, magliette con la foto del protagonista de il Padrino, statuine con lupare a tracolla, apribottiglie, magliette. Insomma, un po’ di tutto. Molto probabile che gli spagnoli, visitando la nostra isola, si siano portati dietro questi souvenir collocandoli nelle loro case. E poi magari siano andati in questi ristoranti spagnoli. Vivendo il souvenir siciliano e il menù legato alla strage americana di San Valentino del 1929 con sagome di mafiosi annesse, come un’unica esperienza folcloristica. Come la mettiamo allora? Come spieghiamo cioè all’Europa che non digeriamo, visto che si tratta di cibo, i ristoranti con il marchio mafia e poi lo vendiamo in migliaia di esercizi commerciali sparsi per tutta la Sicilia? Dovremmo impedire forse la produzione e la vendita di questa oggettistica? E a chi dovremmo avanzare istanza, nel caso ci decidessimo, all’Europa? Non sarebbe bizzarro? Ci potrebbero rispondere come mai, prima di chiedere la sanzione per i ristoranti spagnoli, non abbiamo guardato dentro casa nostra e dentro la cosa nostra che vendiamo ai flussi turistici italiani e internazionali. Ma forse la domanda che dobbiamo farci è un’altra. È possibile intervenire, o quanto meno ha senso farlo, perché visto il caso dei ristoranti spagnoli è possibile, sul mercato per fermare le sue espressioni più o meno eccentriche e certamente criticabili? Cioè, la critica deve coincidere con la censura. Si potrebbe rispondere di sì, se con l’attività censoria si potessero combattere le mafie. Ma sappiamo che così non è. E, anzi, quando un tempo, da ragazzino a Brancaccio, mi si diceva sottovoce di non parlare di mafia non significava certo che la stessa non esisteva solo perché mi proponevano di eliminarla dal mio pensiero e dal mio lessico. Allora, più che inseguire questo o quel particolare uso della mafia a fini commerciali, e quello dei ristoranti iberici è l’ennesimo caso e certamente non l’ultimo, potrebbero giovare percorsi alternativi. Ad esempio, mi trovavo ad Erice e, in un negozio accanto a quello che vendeva questi orribili souvenir pro mafia, ce n’era un altro dove si proponeva l’opuscoletto, edito dall’editore trapanese Di Girolamo, “La mafia spiegata ai turisti” (autore Augusto Cavadi), che già conosce una miriade di traduzioni in diverse lingue, pure in cinese e giapponese. Siccome è un testo che mi risulta essere molto venduto, e che viene proposto in diversi siti turistici in Sicilia, è possibile che tanti viaggiatori spagnoli lo abbiano comprato, sistemato nelle loro librerie e leggendolo si siano tenuti lontani dai ristoranti “La mafia se sienta a la mesa (La mafia si siede a tavola). Magari in questo modo, rispetto al proibire e basta, ci stiamo un po’ di più a creare una coscienza e, soprattutto, una conoscenza antimafia. Ma andremo molto più lontano.

giovedì 13 ottobre 2016

Ponte sullo stretto. La coperta di Linus dei siciliani.

La Repubblica Palermo - Pag. I
13 ottobre 2016
Se il ponte è un alibi
Francesco Palazzo

Il dibattito riguardante il ponte sullo stretto celebra sempre la sua penultima puntata. Ora le acque si stanno calmando dopo l’ultima presa di posizione favorevole del presidente del consiglio Matteo Renzi. Ma state certi che il battaglione dei siciliani, che sanno dalla a alla z di cosa è priva la nostra regione, sparerà sempre come un sol uomo. Le risposte negative dei siciliani sulla questione sembrano essere due. Ma la sentenza è sempre la stessa. Al fondo, come cercheremo di argomentare, c’è una ragione consistente quanto una balla di zucchero filato. Ci sono i siculi che esordiscono: premetto che sono d'accordo. Ed è come quando il tuo interlocutore inizia con l'excusatio non petita di avere un sacco di amici gay, che tu ti allarmi subito e fai bene. Dopo la premessa ti sciorinano una serie interminabile di cose che mancano nella nostra regione e che andrebbero fatte prima. Tanto che non capisci più cosa voglia dire quel sì. Poi ci sono i no da cui ottieni ragioni tecniche e ambientaliste, che sono però soltanto un preambolo per dipingere, che ve lo dico a fare, la solita lista della spesa di ciò che non c'è in Sicilia. Non vogliamo accennare ai risvolti tecnici e ambientalisti della grande opera. È un ginepraio dal quale è difficile uscire in buona salute. Basta dire che altri ponti simili, o più sfidanti dal punto di vista delle condizioni ingegneristiche o ambientali, sono stati innalzati in altre parti del mondo senza mettere in tavola tragedie da cavalleria rusticana. Per fare un solo esempio, ma potrebbero essere diversi, potremmo riferirci alla grande opera che collega la Svezia alla Danimarca. Realizzata con l'ingegno italiano e che un'amica ci descriveva entusiasta di ritorno da un viaggio. Chiedendosi perché in altri posti sì e da noi no. Altrove le cose semplicemente si fanno o non si fanno, qui ci ubriachiamo da tempo immemore di parole, chiacchiere e distintivi. Che se ci fanno il ponte test in qualche posto di blocco ci ritirano macchine, patenti e salvagenti. Ma il punto su cui vogliamo riflettere è un altro. Ed ha la forma della consueta litania, prima descritta, che si alza alta in cielo ogni volta che qualcuno pronuncia la parola ponte. Ma come, in Sicilia manca tanto e voi ci volete costruire il ponte sulla testa? Scherzate o dite vero? Il punto è capire perché quello di cui siamo sprovvisti non si è fatto nei 70 anni di autonomia speciale. Chi lo ha impedito? Probabilmente la dea bendata, o il destino cinico e baro, hanno reso vani gli sforzi. Eppure sono passati e passano sotto il nostro naso miliardi provenienti dallo stato e dall'Unione Europea. In altri posti hanno utilizzato questi fondi per progredire e tenersi i giovani che da noi fuggono, come riportato da questo giornale citando dati recenti della Fondazione Migrantes. In realtà, e lo sappiamo bene, questo contrapporre quello che non c'è all'idea del Ponte è solo una grande ipocrisia. Diciamolo chiaramente, allora. I soldi per fare altro in Sicilia in questi sette decenni repubblicani sono arrivati a fiumi e ne continuano ad arrivare. Se non si sono fatte le cose che ci servirebbero, ma anche qui si potrebbe discutere, perché non tutto in Sicilia è con il segno negativo, l'innocente ponte non c'entra assolutamente nulla. La questione del ponte richiama dunque non le colpe di Roma su quanto non ci ha concesso, ma le responsabilità di tutti noi abitanti di questa regione. Quello che siamo o non siamo, che abbiamo o che non abbiamo rappresenta la biografia di un intero popolo. Una decina di anni addietro venni invitato da un'associazione di sinistra a discutere di alcuni argomenti. Tra questi il ponte. Dissi, di fronte ad un uditorio che si aspettava parole diverse, che quel no al ponte era una battaglia ideologica di retroguardia e che avremmo fatto bene a guardare le nostre eventuali disattenzioni su tutto il resto. Fui redarguito e si guardarono bene dall'invitarmi una seconda volta. Molti siciliani da quella posizione di retroguardia non si sono più mossi invecchiando insieme ad essa.

Buco Amat non paganti. Non bastano gli agenti.


La Repubblica Palermo
5 ottobre 2016
Le inutili misure antiportoghesi
Francesco Palazzo

Potremmo iniziare così. Volete tenervi il servizio di trasporto locale pubblico finché morte non vi separi? Sì, lo vogliamo. Basta che copra tutta la città, soprattutto le periferie, con un numero adeguato di vetture, che non costi un botto e che la fruizione dei mezzi venga fatta pagare a tutti. Lasciamo al lettore il giudizio su come siano servite le periferie dai mezzi Amat, su quanti bus vi siano in giro e soffermiamoci sui costi, ovvero sulle perdite. Il servizio di trasporto deve gravare, anche, sulla fiscalità generale. Che non sono soldi vinti al superenalotto. L’amministrazione di un ente pubblico, prima di ricorrere ai contribuenti, deve fare l’impossibile per prendere il dovuto dal servizio che eroga. Altrimenti un cittadino corretto paga due volte. La prima rispettando le regole, la seconda quando una parte delle sue tasse vanno a foraggiare lo stesso servizio anche per colpa di chi non paga. Rovesciando la medaglia, c’è la possibilità che coloro i quali fanno i furbi, siano poi gli stessi che si distraggono quando c’è da pagare le imposte. Non pagando due volte. Ma quanti sono, e quanto ci costano, quelli che viaggiano gratis? Facciamo due calcoli partendo da un articolo di Sara Scarafia (Repubblica del 21 settembre). Nello stesso la dirigenza Amat dichiara che nei bus non paga uno su due. Ma anche nei tram, sempre a sentire la dirigenza, siamo a quote alte di evasione. Tra bus e tram ogni anno vi sono circa 26 milioni e 400 mila utenti. Stando alle percentuali condivise dall’azienda, 11 milioni e 880 mila non pagano. Visto che il prezzo del biglietto è un euro e quaranta, la perdita annuale di Amat, ossia della collettività, è più di 16 milioni e mezzo di euro. Con la quale si potrebbero coprire i costi annuali del tram, che arrivano a 15 milioni. Dalla vecchia ZTL si presumeva di ricavare 30 milioni da destinare al trasporto pubblico. Ipotesi che molto difficilmente avrebbe trovato riscontro nella realtà. Mentre con la nuova e piccola ZTL, partita male in quanto a ricavi, non sappiamo quanto ci prenderà il Comune. Ma, pure contenuto, l’incasso potrebbe potenziare il servizio dei bus, a patto che però si facciano pagare i quasi dodici milioni all’anno che viaggiano senza scucire un centesimo. Cosa metterà in campo Amat per combattere questo fenomeno? Da ottobre utilizzerà i vigilantes sulle due linee di tram e bus più affollate. Ci sembra una misura quattro volte inefficace. Sarà limitata nel tempo, sia come durata della convenzione che come presenza nelle ore della giornata, visto che saranno coperte solo le ore di punta. Riguarderà soltanto due tratte di tram e bus. Non si metterà in atto nessuna modifica organizzativa, tipo fare entrare dalla bussola davanti. Regola introdotta sulla carta ma rimasta lettera morta. Infine, questa vigilanza armata avrà un costo, mentre si potrebbe utilizzare parte del personale che già c’è in azienda e altro da prendere nelle sacche di precariato creato ad arte (ex PIP?) per fornire tutte le vetture di bigliettai. Allo stato c’è sotto il naso, senza che si riesca ad afferrarla, una montagna di denaro e, contemporaneamente, con un’improbabile ZTL, si tenta di far pagare i palermitani. Ma come, non gli fai pagare un servizio che eroghi e attendi il babbo natale della ZTL? Si può sostenere la gestione pubblica dei trasporti a fronte di un quadro simile? Visto che non si tratta di scuola o sanità, è un’eresia il ricorso al privato? Già avviene con i trasporti regionali su gomma, sinora non è morto nessuno, la gente si sposta tranquillamente da una parte all’altra della Sicilia, in orario e su mezzi discreti. Nessuno sale a bordo senza ticket. Il privato non può permettersi queste licenze poetiche. A maggior ragione non dovrebbe concedersele il pubblico. Sabato e domenica abbiamo preso quattro volte il 101. Quasi tutti non hanno pagato senza che dovessero rendere conto a nessuno. Ragazzotti che ti sbeffeggiavano e adulti che pontificavano sui massimi sistemi senza avere in tasca nessun titolo di viaggio. Per affrontare tale far west occorrono non quattro agenti. Ma una dirigenza che sappia affrontare alla radice, sistematicamente e definitivamente il problema.

lunedì 19 settembre 2016

Come reagire al pizzo che paghiamo per strada.

La Repubblica Palermo - Pag. I
18 Settembre 2016

Sono estorsori, trattiamoli come tali
Francesco Palazzo

La proposta al parlamento del sindaco di Palermo, circa un provvedimento che disponga l’arresto da sei mesi a un anno, aumentato da uno a tre se coinvolti minori, dei posteggiatori abusivi che vengano pescati una seconda volta in flagranza di reato, anche se non colti in atti di violenza, fa discutere. Ci sono almeno due aspetti che possono far convergere verso tale proposta. Innanzitutto, va detto senza infingimenti, si tratta di “pizzo”. La richiesta di obolo ha le caratteristiche dell’estorsione classica nei confronti di esercizi commerciali e imprese. Se non vuoi che qualcuno attenti alla tua tranquillità e ai tuoi beni, che poi quel qualcuno sono io che ti minaccio, così si presenta il mafioso, devi scucire dei soldi. Lo stesso meccanismo entra in gioco quando il tizio si avvicina al nostro mezzo per chiederci denaro. Se esiste l’arresto per chi compie l’estorsione classica, anche senza mettere in atto gesti espliciti di violenza, non si capisce perché debba essere trattato diversamente questo tipo di approccio estorsivo esercitato alla luce del sole in tante piazze e strade. L’altro versante a favore è l’ombra di Cosa nostra che potrebbe stare dietro questo tipo di attività. Più volte gli investigatori hanno riferito che quella mafiosa dietro ai parcheggiatori abusivi è più di un’ombra. Nel 2015 un’indagine con arresti ha fatto emergere la perorazione di un parcheggiatore verso una cosca per conservare il posto di “lavoro” nei pressi di una discoteca. Leggemmo che i mafiosi fecero in modo che il tizio conservasse il posto. Ci guadagnava una quota parte dagli incassi la cosca? Non è fuori luogo pensarlo per questo come per altri casi. Ma è sicuramente vero che queste persone sono potenzialmente delle vedette in grado di riferire alla criminalità organizzata tutto ciò che si muove sul territorio. Chi si oppone alla richiesta di carcerazione rileva quanto sia difficile che la repressione possa determinare la scomparsa di un reato, ma che ci vuole prevenzione. Sarà così, ma aiuta. Altrimenti potremmo dire che non vale la pena arrestare i mafiosi perché la mafia non scompare con le manette e il carcere duro. Invece è meglio che stiano nelle patrie galere. Tuttavia, da questo punto di vista, va detto che per una lotta contro tale azione estorsiva, ma vale anche per le mafie, ci vuole un forte contributo dei cittadini. Non è difficile vedere il professionista, per citare una categoria che ha tutti i mezzi per reagire, socializzare e solidarizzare con il parcheggiatore abusivo che ha sotto casa o nel parcheggio fuori dal lavoro. Altri riterrebbero più efficace togliere ai parcheggiatori presi in castagna i vantaggi assistenziali e fiscali che vanno ai nullatenenti, come quasi sempre questa gente è, non pagando per tale motivo le multe comminate loro per l’attività abusiva. Questa potrebbe essere una pena accessoria, definitiva, da sommarsi al carcere. Ma, intanto, per dirla tutta, ci sono occasioni in cui le istituzioni potrebbero iniziare ad agire senza attendere provvedimenti parlamentari. Tantissimi palermitani sanno cosa accade nei pressi del Barbera quando gioca il Palermo. Decine di posteggiatori estortori “guardano” moto e auto. Lo fanno non in una landa desolata. Ma in una parte della città in quelle occasioni blindata dalla polizia municipale e dalle altre forze dell’ordine. Cosa impedisce, ad esempio ai vigili urbani, visto che la proposta di carcerazione per gli estortori con fischietto parte dal comune, di controllare rigidamente una parte non sterminata di territorio ed allontanare i parcheggiatori abusivi? In tal modo si manderebbe ai cittadini tifosi, che fanno parte di tutte le categorie sociali, un doppio segnale positivo, che varrebbe molto più di mille parole. In primo luogo si comunicherebbe che la forza pubblica è padrona di quel territorio e che la sicurezza dei mezzi privati viene da essa garantita. Inoltre, si darebbe più coraggio ai cittadini che volessero non pagare più, nella quotidianità, questo pizzo. Insomma, va bene la proposta di carcerazione. Ma vogliamo iniziare concretamente a mettere insieme l’autorevolezza della forza pubblica e la buona volontà dei cittadini per combattere questo odioso fenomeno?

sabato 10 settembre 2016

Il cocco, la pannocchia e la libertà in Sicilia.

La Repubblica Palermo 9 settembre 2016

Anche in riva al mare l'illegalità distorce il libero mercato 

Francesco Palazzo 


È difficile, in Sicilia, sfuggire a certi meccanismi. Sei disteso sotto un ombrellone e ti pare che un po’ di natura trattata bene possa generare un minimo di sviluppo libero. Non fai in tempo a pensarlo che vieni investito dal controllo millimetrico del territorio, arenile o asfalto che sia. La storia riguarda due venditori siculi e ha come titolo “Il cocco contro la pollanca”. Si può obiettare che sono due alimenti molto diversi, che possono coesistere pacificamente. Non è così. Devi prendere atto che il libero mercato non ce la può fare contro un assetto sociale opprimente che arriva a bagnare pure le assolate spiagge siciliane. Quello della pollanca, con uno slogan accattivante («Me la puoi pagare a rate»), aveva venduto alcuni esemplari della sua mercanzia. A un certo punto arriva il tipo del «cocco bello-cocco fresco», anche questo uno slogan efficace. Il coccoinomane scruta qualcuno che non dovrebbe esserci e lo manda a chiamare: «Ma che ci fai qui?». «Ero di passaggio, ora me ne vado», risponde lo spacciatore di mais. «Fai un altro giro e poi sloggia». E sin qui potrebbe sembrare la lotta tra un prepotente e uno che subisce. Ma a quel punto quello della pollanca, sbiancato in viso per la paura, vuole essere rassicurato prima di farsi un altro giro. «Mi dai la garanzia, non è che poi ci sono problemi?», chiede a quello del cocco. Cioè, sei in grado di darmela o mi crei problemi con altri? Un riferimento a chi gestisce la zona? Più che probabile. «No problem», dice il cocchista. Invece, dopo pochi secondi il fu commerciante di pannocchie pubblicizza il cocco con il suo megafono e passa a venderlo tra gli ombrelloni. Questo episodio è metafora della nostra terra? Possiamo dire che questa Sicilia non è certo una piccola minoranza. Una Sicilia dove abbiamo celebrato il venticinquesimo anniversario dell’uccisione per mano mafiosa di Libero Grassi, morto per aver voluto vivere la normalità della libertà d’impresa, e il trentaquattresimo dell’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, fatto fuori perché voleva affrontare a viso aperto, sottraendole territorio e potere, Cosa nostra. E dove ci apprestiamo a ricordare il ventitreesimo del colpo alla nuca che fece fuori don Puglisi. Lui riteneva che a Brancaccio si potesse agire liberamente scendendo nelle strade e ciò gli fu impedito dalla malapolitica e infine dalla mafia. Il mercato, il territorio, le strade non sono liberi in Sicilia. Talvolta lo dimentichiamo ma accade qualcosa, grande o piccola che sia, che ci riporta alla realtà. Attenzione, il pollanchista e il ras del cocco sono due poveri cristi. Ma l’indigenza che cerca espedienti per sbarcare il lunario non è un’esclusiva delle nostre latitudini. Tuttavia, solo in Sicilia c’è questo controllo asfissiante, pur con una Cosa nostra in crisi (?), di ogni lembo di terreno. Escludiamo che una storia come questa possa accadere lungo la riviera adriatica, ma pure in molti tratti di costa delle altre regioni del Sud. Anche il privato con le carte in regola in Sicilia può muoversi secondo logiche di mercato anomale. In un villaggio non trasportano in stanza il cibo che porti da fuori, devi portarlo a piedi sotto il sole, perché, dice un addetto, vogliono che ti serva presso il market interno. Che però fornisce quasi nulla e a prezzi esosi. Quindi, prima ancora di offrirti una valida alternativa, facendoti trovare un posto assortito e a prezzi concorrenziali, si mette in atto un fastidiosissimo intralcio. Dimenticandosi della cosa più importante. Sincerarsi che gli appartamenti siano in buone condizioni. Devi litigare mezza giornata per fare riportare il tuo in uno stato appena decente, rischiando di finire in ospedale per il cedimento del vano doccia. Per non parlare di quel ristorante vista mare. Lavorava bene a prezzi non alti, ora li ha aumentati ed è scaduto come qualità. Anche questo ci dice molto della nostra Sicilia. Dove il turista, molto spesso, è solo un pollo da spennare. 

domenica 28 agosto 2016

Storia di manette e Vucciria. Ovvero. Palermo senza regole.

La Repubblica - Palermo
27 agosto 2016 - Pag. I

Quella insopprimibile insofferenza alle regole

FRANCESCO PALAZZO

A febbraio 2014, alla Vucciria, abbattendo un muro, che non era quello di Berlino, messo dal comune dopo la caduta di un rudere, più che la libertà politica la movida palermitana intese difendere un prosecco e un’olivetta. Ad agosto 2016, sempre alla Vucciria, si sono fatti molti passi in avanti. Uno scippatore, già in manette, è stato favorito nella fuga dalla folla indifferente o complice. Queste reti di protezione in genere riguardano altri contesti e comunque vedono in scena familiari o amici stretti dei rei. Ma quando poi scattano le manette neanche il più incallito mafioso riesce a divincolarsi. Alla Vucciria si è superato questo limite. Nei luoghi della movida si fuma, e dunque si spaccia, un po’ di tutto e ciò viene ritenuto normale. I controlli sono visti come un disturbo da una platea di gente formata dalle più diverse classi sociali. Il sottrarsi alle regole minime è la quotidianità a Palermo. Per dire, è difficile, in tantissimi esercizi commerciali, che gli scontrini vengano emessi, anche perché non sono neppure chiesti. Appena tu rompi la prassi, vieni guardato male. Altro scenario. Viale Regione Siciliana. Ci sono cartelli che indicano il limite di velocità. Ma questo asse viario rimane una grande pista da corsa. Se qualcuno cerca di non superare il limite, si prende gestacci e insulti. Per ultimo quello che, dopo avere strombazzato sul clacson, mi ha superato a destra l’altra mattina, tirato fuori il braccio in un certo modo, come solo i palermitani sanno fare, e lanciato improperi di ogni tipo. Come se fosse un comportamento normale, e in effetti lo è diventato in Viale Regione, non rispettare sistematicamente un semplice limite. I panormiti si lamentano del mondo intero, politica compresa. Ma sono i primi a mettersi sotto i piedi elementari regole di convivenza. Che altrove, durante le vacanze estive, ammirano e onorano. Tipo aiutare le amministrazioni sul fronte immondizia. A Carini, vista la cosa dalla zona estiva di Villagrazia, ci stanno provando. Hanno tolto i contenitori e installato delle telecamere di sorveglianza. Prelevano l’immondizia, differenziata, davanti le abitazioni. Le strade sono sgombre dalle montagne di sacchetti che facevano bella mostra. Ma ciò non scoraggia tanti palermitani che costituiscono quasi tutta la popolazione estiva da quelle parti. Cercano zone sprovviste di telecamere per implementare nuovi letamai. Ma il capolavoro lo fanno di mattina presto. Quando lanciano il sacchetto di rifiuti qualche metro prima di immettersi nell’autostrada che li porterà al lavoro a Palermo. Anche in spiaggia vedi tanti palermitani refrattari alle regole e al buon senso. Da quelli che ti fumano tipo ciminiera a due passi dal naso e poi sotterrano le cicche, e se glielo fai notare ti guardano storto, a coloro che giocano, cosa vietata, con i palloni sulla battigia come fossero al Maracanà. Colpendo pure, è accaduto a Magaggiari (Cinisi), due ragazzi immobilizzati sulle sedie a rotelle. Potremmo dire di altre abitudini malsane, come il parcheggiare dappertutto o buttare quella che capita dai finestrini delle auto. Ma ci vorrebbe un saggio. Il vivere in una società in cui ciascun fa ciò che gli pare, coniugato alla mancanza di lavoro, dovuta anche ai ranghi pubblici che si riempiono di assistenzialismo senza merito, porta i giovani universitari palermitani, mi è capitato di sentirne molti sull’argomento, ad attendere impazienti la fine del primo triennio di studi per andarsene a fare la specialistica altrove. Tanto sanno che solo fuori troveranno lavoro e società che si basano, oltre che sul rispetto delle regole, sulla meritocrazia. Ci troviamo a pochi mesi dall’elezione del sindaco di Palermo. In campo con le scarpe chiodate le consorterie politiche, non i bisogni della comunità cittadina. Ma pure se dovessimo trovare un Giorgio La Pira, e allo stato non intravediamo neppure lontanamente tale possibilità, il destino del capoluogo rimane nelle mani degli adulti. Che, nove volte su dieci, danno pessimi esempi alle nuove generazioni. Quando poi si arriva, ma è l’epilogo lungo una linea di inciviltà diffusa, a sottrarre alle forze dell’ordine uno già ammanettato, significa che si è passato un punto dal quale è forse difficile tornare indietro.

giovedì 25 agosto 2016

La ZTL a Palermo. Quando manca il coraggio.


La Repubblica Palermo - 24 agosto 2016 - Pag. I

Consenso e paura intorno al traffico

Francesco Palazzo
Per fare le cose, sostiene la giunta che amministra Palermo a proposito delle zone a traffico limitato, ci vuole il consenso. Ma si potrebbe anche dire che il consenso, che certo in politica non è un aspetto secondario, puoi anche crearlo avendo il coraggio di scelte nette. La primavera di Palermo, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, si è nutrita più del secondo aspetto che del primo.Invece, il comune di Palermo, spostando sempre più verso il basso l'asticella, ha varato la ZTL della paura. Paura degli elettori, da una parte, a pochi mesi dalle elezioni, e paura delle associazioni di commercianti, dall'altra, che pressavano per un provvedimento con un minimo impatto sulle loro attività. Il risultato, rispetto a quanto coerentemente annunciato dal comune dopo la sentenza del CGA, e cioè che si sarebbe andato dritto facendo partire le due ZTL e che si eliminava per i non residenti l'abbonamento annuale sostituito con accessi giornalieri (come avviene ovunque), è un ripiego verso qualcosa che si fa fatica a comprendere. Innanzitutto, per le vie principali interessate. Se consideriamo, infatti, che il primo segmento di questa ZTL impalpabile va dal Teatro Massimo ai Quattro Canti, dobbiamo constatare che trattasi della prima parte di Via Maqueda, già di fatto isola pedonale. Sostanzialmente, quindi, si sta puntando sull'ultima parte di Via Maqueda che comincia dal Palazzo delle Aquile, ossia una zona commercialmente molto desertificata. Anche considerando l'altro asse di questa ZTL della paura, ossia corso Vittorio Emanuele, a parte che anche qui non ci pare che il commercio pulluli, trattasi di una strada già per metà, da Porta Nuova ai Quattro Canti, oggetto di restrizioni che vanno verso la pedonalizzazione. Se, poi, poniamo attenzione sulle vie interne a questi assi principali, che ricadono in questa zona a traffico limitato, sono dedali di strade in cui oramai il traffico veicolare è davvero scarso, dunque non si capisce perché farne il bersaglio di tale provvedimento. Insomma, la percezione è che oramai, visto che ci si era esposti con parole anche non leggere verso i resistenti, cascasse il mondo, si doveva tenere il punto. Facendo partire, o annunciando, perché ancora non sappiamo dovrà andrà a cadere alla fine il ragionamento del comune, un'ordinanza che non è né carne né pesce, assomiglia tanto ad una ritirata, non serve alla città e non sposterà di molto le abitudini degli automuniti. Soprattutto perché, sul versante delle sanzioni, non ci saranno i previsti controlli con le telecamere sino a fine anno. Insomma, per dirla alla palermitana, " un ci fu nienti, pigghiamunni u cafè". Per dirla, meno efficacemente, in lingua italiana, tanto rumore per nulla. A volte, in politica, l'alternativa a un progetto che ormai si ritiene spuntato, per diversi motivi, non è trovare un timido e inutile ripiego. Ma l'ammettere che ci si è provato seriamente e che si rimanda il tutto, se rieletti, alla prossima legislatura. Perché è chiaro che i cambiamenti radicali sulla mobilità vanno decisi e attuati ad inizio mandato. In modo che se ne possa misurare compiutamente e con calma l'efficacia, sottraendo la tematica al dibattito elettorale. Cosa poteva fare, invece, su questa area adesso interessata, il comune a pochi mesi dal voto? Poteva proseguire nella cosa che forse, con tutti i limiti che l'hanno caratterizzata, gli è riuscita meglio dal 2012 a oggi, ossia le pedonalizzazioni. Estendendo quella già esistente nel primo tratto di Via Maqueda a tutta la strada e quella già in nuce nel pezzo alto di Corso Vittorio Emanuele sino a Porta Felice. Del resto, in tal senso, se abbiamo ben capito, diverse sono già le richieste, non sol su queste vie ma anche su via Roma. Se si cercava il consenso e se si voleva fare qualcosa di utile ci si poteva cimentare in questo. Anche se, quando si cominciano a temere gli elettori è probabile che si sia già cominciato a perdere.

venerdì 12 agosto 2016

Sicilia, nuova legge elettorale sindaci. Un passo in avanti per gli elettori.

La Repubblica Palermo
11agosto 2016 - Pag. I

Ma quella riforma elettorale può dare stabilità ai comuni

Francesco Palazzo

Conosciamo la Sicilia laboratorio politico che anticipa quanto poi succede a livello nazionale. Viste le condizioni in cui versiamo, c‘è chi ha qualche dubbio su questo precorrere. Intanto, perché anticipare non vuol dire porre in essere cose positive. Bisognerebbe, poi, riuscire a dimostrare tale virtuosità anticipatrice. In terzo luogo, anche se si ha un’intuizione nuova, non è raro che tutto rimanga impantanato nel capitolo delle occasioni perse. Basta ricordare l’istituto autonomistico. Volevamo essere speciali e fatichiamo a essere normali. Tuttavia i precedenti non devono farci velo quando ci troviamo davanti un provvedimento interessante. Ci riferiamo alle modifiche, votate all’Ars, riguardanti le elezioni dei sindaci, la sfiducia nei loro confronti e la composizione delle relative maggioranze, per i comuni sopra i 15 mila abitanti. Il punto principale prevede che il candidato sindaco che supererà il 40 per cento sarà eletto al primo turno. Partiamo da una considerazione che non si deve perdere di vista quando si parla di leggi elettorali. Queste, più che al ceto politico, servono a chi elegge. Ogni dispositivo elettorale va guardato per ciò che permette, o nega, al corpo elettorale. Vanno esaminati due aspetti: se si consente alle urne l’espressione della democrazia rappresentativa e se si creano, chiusi i seggi, governabilità e veloce gestione della cosa pubblica. Non ci serve sapere altro. Se democrazia in entrata, che non vuol dire permettere polverizzazione del consenso, e governabilità in uscita vengono promosse, possiamo archiviare i mal di pancia provenienti in queste ore da settori del ceto politico.Partiamo dalla democrazia rappresentativa. Gli elettori potrebbero eleggersi il sindaco senza dover attendere due settimane per la celebrazione dei ballottaggi. Che servono più a riposizionare gli apparati che gli elettori. Certo, se si fosse abbassata ancora l’asticella, questa opportunità poteva verificarsi con più facilità. Alcuni avrebbero voluta portarla al 35 per cento, altri eliminarla del tutto. Non c’era da scandalizzarsi. I presidenti di Regione vengono eletti con qualsiasi percentuale e a novembre, in un solo turno, si eleggerà il presidente degli Stati Uniti. Inoltre gli elettori, secondo questa modalità di voto, possono legare la maggioranza dei Consigli comunali ai sindaci. Nel senso che questi, per ottenere il premio al primo turno, dovranno avere al seguito una compagine politica consistente (40 per cento). Cosa del tutto normale, visto che i processi democratici e i governi si devono fondare non sull’uomo solo al comando, ma su un percorso condiviso del tessuto politico che affronta le elezioni. E qui passiamo al secondo corno del problema, cioè cosa accade dopo il voto, la governabilità delle cose concrete, quella per cui esiste la politica, che sovente viene messa in secondo piano da leader, populismi e forze politiche che pensano più a litigare che a praticare soluzioni che facciano andare avanti le comunità. Nel caso della legge appena modificata, con un sindaco che avrà una sua maggioranza forte e determinata da una vera rappresentanza delle forze presenti nella comunità, non più tanti consiglieri che entrano al suo seguito ma che rappresentano ben poco, come accaduto a Palermo nel 2012, si avrà una governabilità basata su un consenso ampio. Anche il discorso della decadenza del sindaco se il Consiglio non approva il bilancio, che deve essere meglio interpretata secondo la nuova normativa, non pare uno sproposito. Il bilancio è lo strumento principe delle amministrazioni, serve non al ceto politico ma alle città. Se come primo cittadino non ho i numeri per farlo approvare, è giusto che vada a casa. Qualsiasi riforma deve sempre servire alla democrazia e al governo della cosa pubblica. Questi due aspetti interessano esclusivamente coloro nei confronti dei quali si amministra, gli unici destinatari di ogni azione politica. Ammesso che la politica sia servizio e non mero esercizio di potere.

giovedì 28 luglio 2016

ZTL a Palermo, qualcosa è cambiato.


La Repubblica Palermo 
27 luglio 2016
ZTL, questa volta la missione è compiuta
FRANCESCO PALAZZO
Con la nuova proposta di zone a traffico limitato, che costituiscono di fatto un’ampia rivisitazione di quelle sospese dal TAR e rianimate dal CGA, il comune di Palermo, riscrivendo, a parte l’ampiezza territoriale di riferimento, tutta la sua originaria proposta, sulla quale tanto ci si è divisi, mette in campo qualcosa di interessante e di più allineato allo scenario nazionale. Soprattutto per ciò che riguarda quello che è il cuore di ogni ZTL, cioè cosa permetti ai singoli cittadini che stanno fuori rispetto al perimetro interessato. Ebbene, in questo, come in altri punti che riguardano i residenti, utilizzando il titolo di un noto film, qualcosa è cambiato. Evidentemente a Palazzo delle Aquile, registrando il flop della recente assemblea cittadina, hanno ritenuto di adeguarsi strettamente alle prescrizioni del CGA, che nella sostanza aveva assunto come validi i dubbi del TAR, pur ritirando la sospensiva. Quando si pronunciò il Tar si disse che avevano vinto i ricorrenti, quando a parlare fu il CGA si sentenziò che avesse vinto il Comune. In realtà, i due pronunciamenti avevano lasciato le cose per come erano, non aveva vinto nessuno e aveva perso la città che attendeva un provvedimento più equilibrato. E questo sembra esserlo. Innanzitutto, questa nuova proposta attenua di molto quella che era stata la controversia dei mesi scorsi. Ossia che il tutto si faceva per fare cassa e permettere la sopravvivenza di Amat e tram. I non residenti non potranno entrare pagando un abbonamento annuale, viene quindi meno una parte molto consistente dei fondi inizialmente previsti. Se si vuole sono disponibili singoli ingressi, come avviene un po’ dappertutto in Italia. Visto che ogni volta dovrà pagare, il singolo cittadino non residente e che non ha particolari titoli per accedere, lo farà in auto quando ne avrà strettamente bisogno. È una soluzione che certamente troverà critici pronti a legittimi ricorsi. Ma è una zona a traffico limitato che ha una sua coerenza e che può essere ben difesa sia dal punto di vista legale che politico. Chi, infatti, non accetterà tale nuova ZTL dovrà dimostrare, prima ancora che ai giudici all’opinione pubblica, perché non va bene una prima cosa e poi il suo contrario. Tenuto conto che tutti concordano sulla necessità di una limitazione di accessi al centro nevralgico della città. Ovviamente città.Ovviamente, il Comune, adesso più di prima, dovrà garantire una mobilità decente con i mezzi pubblici. E questa è forse la parte più debole di tutto il nuovo assetto della ZTL. È facile dire che si vuole incentivare l’utilizzo del trasporto pubblico, ma poi questo deve essere all’altezza della situazione. E ancora non lo è e qui il Comune dovrebbe chiarire nel dettaglio come intende procedere. Ci si può augurare che da qui a fine legislatura si ponga mano seriamente a questo problema. E vengano considerate, soprattutto, le esigenze di mobilità delle periferie più lontane, che più hanno necessità, attualmente, del mezzo privato per recarsi in centro.Intanto, sono state in qualche modo accolte le esigenze di chi vive o comunque opera all’interno del perimetro interessato. Insomma, pur con tutti gli interrogativi possibili, ci pare che la direzione intrapresa sia quella giusta. E anche coraggiosa. Pochi sindaci che intendono ricandidarsi avrebbero posto mani a un argomento così spinoso e divisivo a pochi mesi dalle urne. Dopo due pronunce della magistratura e il polverone polemico che si è sollevato in città, si poteva prendere la palla al balzo e presentarsi al corpo elettorale come quelli del liberi tutti al volante. Solo uno come Orlando poteva gestire in tal modo una vicenda complicata come questa. Se riuscirà a farsi capire dai palermitani che tra un po’ rimetteranno mano alla scheda elettorale, questo potrebbe determinare che, come accaduto con De Magistris a Napoli, lo schema grillini, renziani, centrodestra, e qualche singolo pur di peso in campo, salti a favore del sindaco per antonomasia dei palermitani. Sarà, infatti, molto difficile sbarrare la strada a colui che conseguirà la missione impossibile. Convincere i palermitani che viaggiare in auto verso il centro vuol dire non volere il bene di Palermo.

domenica 24 luglio 2016

Biblioteca di Ballarò, "Le Balate". L'Associazionismo e le nuove generazioni.



La Repubblica Palermo 
23 luglio 2016
Il rinnovamento alle Balate
FRANCESCO PALAZZO

Ma davvero la Biblioteca di Ballarò “Le Balate”, da una decina d’anni attiva verso bambini, ragazzi e adulti del quartiere, rischia di chiudere o di diventare, da laica, un territorio di conquista cattolico? La notizia è che c’è stato un ricambio con regolare votazione nel consiglio direttivo, perché quello precedente si era dimesso, del progetto pastorale Albergheria e Capo insieme per la promozione umana. Che vede coinvolte diverse parrocchie e tante associazioni. Una delle attività del progetto, che conta molteplici interventi sul territorio, è l’Associazione Le Balate, che gestisce la biblioteca. I giovani entrati nel consiglio direttivo sono della zona, laureati e con esperienza nel sociale. L’unico loro neo, pare, sia quello di frequentare ambienti cattolici. Che ragazzi credenti si avvicinino a un progetto promosso dalla curia di Palermo, non dovrebbe essere visto come un fatto eclatante. I nuovi arrivati non vogliono interrompere l’attività della biblioteca, né buttare fuori gli attuali operatori e neppure metterne in discussione la laicità. Intendono imprimere delle novità gestionali nelle dinamiche dell’intero progetto, biblioteca compresa, per dialogare meglio con il territorio e con tutti gli attori coinvolti nelle attività. Un fatto che dovrebbe essere considerato normale e salutare. Negli ultimi decenni molte realtà sono sparite proprio perché non c’è stata la capacità di trovare nuove leve. Le quali, fatalmente, devono trovare nuove strade. Guai se così non fosse. I tempi cambiano e non si può essere sempre uguali a se stessi. Le nuove generazioni che si alternano alle vecchie non devono essere i cloni di quelli di prima, altrimenti vuol dire che non si è seminato bene. E quando quelli che subentrano, come capita a questo progetto, sono pure ragazzi e ragazze dei quartieri interessati, la vittoria si dovrebbe considerare doppia. Non solo si è stati capaci di dare alla luce un nuovo domani per un progetto importante, ma lo si è fatto con gente del luogo, senza profeti esterni. Ciò significa che il percorso sociale e pedagogico ha funzionato alla perfezione. Sia chiaro, vivere il nuovo deve coincidere con l’immettere nel percorso che si inaugura la memoria storica e l’esperienza di quanti hanno avuto la pazienza di intraprendere e portare avanti la fatica di operare in territori difficili. Ammesso che ve ne siano di facili. Ma non c’è altra strada, se si vuole il bene di un territorio e di chi ne fa parte, che quella di rinnovarsi, di dare ad altri la possibilità di scrutare con occhi nuovi, trovando e percorrendo nuove vie. Il nuovo direttivo del progetto ha chiamato tutti gli attori operanti nello stesso, nessuno escluso, al dialogo e alla collaborazione. E tanto basta. I ragazzi ora coinvolti saranno giudicati dai fatti. Ma prima facciamoglieli compiere. Il problema del ricambio, mutando scenario, attanaglia anche l’associazionismo antimafia. Vi è mai capitato di vedere alla testa di associazioni che si rifanno a vittime della mafia le stesse persone per anni e anni? Circostanza frequente, quasi una regola. Ciò può creare, soprattutto quando talune realtà vengono innaffiate da cospicui fondi pubblici, dei centri di potere. Ciò è incompatibile con la finalità antimafia. Che invece, per prima cosa, dovrebbe includere nella direzione di attività importanti sempre più soggetti, biograficamente freschi, che sappiano guardare non solo a ieri, ma anche all’oggi e al domani. Se è vero che la mafia non è mai uguale a se stessa, lo stesso concetto deve valere per l’antimafia associativa. Che spesso, proprio perché interpretata da soggetti inamovibili, cammina, magari andando a sbattere, guardando dallo specchietto retrovisore. Con analisi e protocolli operativi che perdono via via smalto e presa sulla realtà. Sino a divenire brutte fotocopie di quelle che un tempo erano idee e azioni originali ed efficaci.