lunedì 21 agosto 2017

Palermo e le isole pedonali. Non basta chiudere e poi stare a guardare l'effetto che fa.

La Repubblica Palermo
20 agosto 2017 - Pag. I
Dieci, cento, mille "isole", ma che siano attrezzate
Francesco Palazzo


Su certi versanti a Palermo c’è una sola strada, andare avanti. Bene, però. Non ci si può limitare a dire che quelli di prima avevano fatto peggio. Perché di questo passo arriviamo alle guerre puniche. Senza contare che certe decisioni potevano essere prese nel corso delle sindacature degli anni Novanta. Lasciamo il passato e parliamo del presente e del futuro. Circoscrivendo il ragionamento su un punto specifico, l’area pedonale centrale. E già chiamarla così è un’inesattezza. Visto che la parti alte di Via Maqueda e Corso Vittorio Emanuele non sono isole pedonali ma zone a traffico limitato. Era possibile in cinque anni, dal 2012 al 2017, trasformare queste due mezze vie in zone pedonali a tutti gli effetti? Ovviamente sì. Al di là di questo va detto che le due mezze strade cosiddette pedonali hanno, per usare una frase che i professori dicono ai genitori degli alunni che arrivano appena alla sufficienza, ampi margini di miglioramento e di ampliamento. Questo giornale ha inaugurato una campagna su Via Maqueda. Partendo da un’evidenza solare. La cosa non va. La sera della vigilia di Ferragosto ero con un amico in Via Maqueda e notavo, per l’ennesima volta, un contesto che non si può definire decente. Le luci, l’asfalto, le bancarelle, gente che mangiucchiava dappertutto, resti di affissioni penzolanti. E poi un frigo. Sì, proprio un frigorifero da appartamento, con delle lattine e bottigliette sopra che evidenziavano la merce in vendita e un’intera famiglia comodamente seduta dietro a presidiare il business. Bisognava fare una foto ma sono rimasto interdetto. E poi devo dire che in mezzo alle bancarelle il frigo anni settanta era quasi al posto giusto. Ora, a parte l’ironia, e tenuto conto che solo passi in avanti si possono fare, che futuro c’è da aspettarsi per l’isola pedonale centrale? Lo chiediamo partendo da una considerazione. Ricordiamo, vagamente, visto che i programmi elettorali scompaiono presto e non trovano cittadinanza nei siti istituzionali, che durante la campagna elettorale del 2012 si puntava ad un’area pedonale centrale molto più ampia di quella successivamente realizzata. Poi si è trovato un ripiego e ci può stare, la politica si svolge lungo la dimensione del possibile. Ma per i pezzi di Via Maqueda e di Corso Vittorio dedicati al “passìo” si poteva senz’altro fare meglio. Durante l’ultima edizione de “La via dei librai” i commercianti storici del Cassaro Alto hanno lanciato un allarme, inascoltato. Va bene la pedonalizzazione, dicevano durante un incontro svoltosi sul piano della cattedrale, ma non lasciateci soli perché così affoghiamo. Cinque anni non sono stati pochi. E non sono neppure un soffio i primi cento giorni, che volgono al termine, della nuova legislatura. Cioè il periodo che generalmente serve a dare l’identikit agli anni a venire. Invece, almeno per quanto riguarda l’argomento che ci intrattiene, ma anche su altro, non ci pare di avere ascoltato cose indimenticabili. Ma il tempo c’è, dunque armiamoci di pazienza. Sperando che davvero si vada speditamente a migliorare, il lavoro da fare è tanto, ciò che già si è messo in campo tra i due spezzoni delle vie citate. Provando anche ad allargare il perimetro, come auspicato in queste pagine dall’ex assessore alla mobilità, la cui mancata riconferma non abbiamo capito, Giusto Catania. Estensione già nei piani dell’amministrazione. Ossia l’interessamento del cosiddetto Cassaro Basso e della parte di Via Maqueda dai Quattro Canti alla stazione. Ovviamente, bisogna non limitarsi a chiudere, gesto lodevole ma come vediamo largamente insufficiente, ma occorre valorizzare in tanti modi ciò che si vieta alle auto. Affinché tali provvedimenti non siano medaglie che le singole amministrazioni mettono al petto, ma volani di bellezza e sviluppo per tutta la città. E, visto che ci siamo, proviamo ad allargarci un attimo. Perché non mettere in cantiere anche le chiusure di Via Ruggero Settimo e della parte di Via Roma interessata dalla ZTL? Restiamo in attesa. Non sonnecchiosa, ma vigile.

mercoledì 16 agosto 2017

I siciliani e la coperta di Linus dell'autonomia.

La Repubblica Palermo 

15 agosto 2017


E SE IL PROBLEMA DELLA SICILIA FOSSERO I SICILIANI E NON L'AUTONOMIA?

FRANCESCO PALAZZO 

Quando si parla di autonomismo, l'argomento più visitato nella storia siciliana degli ultimi sette decenni, soprattutto a ridosso delle elezioni, si prendono di mira la politica partitica e il suo modo di rappresentarsi nelle istituzioni. Ho però sempre più l'impressione che la questione sia più complessa e ci coinvolga come siciliani più di quanto crediamo. Forse è arrivato il momento di interrogarci sui nostri comportamenti nella sfera pubblica (perché la politica la facciamo tutti) e privata (che informa di sé anche la vita politica). E ciò a prescindere dalla questione autonomistica. Perché, se l'autonomismo è stato intravisto come la medicina adeguata per noi, non è scritto da nessuna parte che lo statuto ordinario ci avrebbe reso diversi. Ciò è dimostrato dal fatto che non solo le regioni a statuto autonomistico, ma anche quelle a regime ordinario si muovono lungo scale economiche, culturali e sociali non legate alla specialità o alla normalità. Allora, verosimilmente, il problema non è cambiare il farmaco, lo statuto autonomistico, assumendone un altro, diventando una regione a statuto ordinario. Ma iniziare a comprendere come siamo noi, a prescindere da cosa c'è scritto nella carta d'identità istituzionale, in quanto abitanti di questo triangolo posizionato al centro del Mediterraneo. In una società tutte le componenti si condizionano a vicenda contribuendo a scrivere la storia e la cronaca. Viviamo in una democrazia e quella che banalmente si chiama politica non è appannaggio di un gruppo ristretto di sacerdoti. È minimamente pensabile che il comparto produttivo, quello professionale, le università, il terzo settore, l'associazionismo, le famiglie, i singoli e via elencando, non abbiano nulla a che fare con il mondo che li circonda? Sarebbe oltremodo ipocrita, a meno di non voler ripetere sino allo sfinimento la filastrocca della società civile migliore di quella politica, continuare ad indicare il dito e non investirsi direttamente della responsabilità dello stato in cui si trova questa terra, sia che vediamo il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno.Guardiamoci un attimo dentro. E cerchiamo di capire se il problema è stato davvero l'autonomismo e la sua applicazione nelle stanze dei partiti e nei palazzi del potere. Se dovessimo convincerci ancora di questo, autoassolvendoci, potremmo proseguire nel ritenerci, come società civile, che comunque fa politica pure col silenzio, del tutto estranei a questa storia e andare avanti con il nostro modo di essere cittadini di questa isola senza mutare nulla di ciò che siamo. A quel punto il duecentesimo dibattito sull'autonomismo, invece che la classica risata, potrebbe seppellirci e neppure ce ne accorgeremmo. Se, invece, qualche domanda sul nostro modo d'essere dovesse inquietarci, è probabile che ancora possiamo mettere a tavola un futuro migliore per noi e per le generazioni nuove. Perché la domanda non è come sta l'autonomismo, ma come sta la Sicilia. Ed è un quesito intorno al quale solo chi non ha peccato può permettersi di scagliare la prima pietra. Per restare alla cronaca politica, in vista delle regionali i partiti stanno facendo quel che possono e sanno. Ma possibile che da tutto il resto della società siciliana nulla arrivi in termini di analisi, strategie, proposte, programmi e nomi? A volte si ha l'impressione che la coperta autonomistica, per diversi milioni di siciliani, sia un alibi per giustificare l'immobilismo dal quale non riescono a smuoversi. Una moltitudine sterminata di persone la quale, più che impegnarsi in cittadinanze attive e consapevoli, sta con la testa sotto la sabbia. Preferendo additare, ogni tanto che sonnecchiando la alza su, sai che originalità e coraggio, la "politica", senza guardarsi allo specchio.

domenica 6 agosto 2017

Viva Bologna e Santa Rosalia

La Repubblica Palermo

5 agosto 2017

LA NORMALITÀ CHE SERVIREBBE A PALERMO PER NON FAR FUGGIRE I GIOVANI

FRANCESCO PALAZZO

Da fuori guardiamo dalla giusta distanza. Una cosa del genere, riferendosi al Monte Pellegrino, luogo altro e alto da dove guardare la città con lucidità, l'ha detta don Lorefice nel giorno del ricordo di Rosalia. Essendo a Bologna nel periodo del Festino, ho capito che i bolognesi non saprebbero organizzarlo come noi. I festeggiamenti di ottobre per San Petronio saranno sobri. È il santo della ricostruzione della città nella ferialità, volendo anche quella che è la prima università italiana, sia storicamente che nelle classifiche attuali. Rosalia è la liberazione dalla peste, fatto eccezionale che non crea comunità, evita solo il peggio. Cos'è normalità? Un elenco noioso. Nel capoluogo emiliano i bus, ovunque, sono puntuali e frequenti. Online o in un bell'ufficio si può acquistare una card turistica per visitare musei, la città con un bus oppure con una guida, usufruire di sconti e tanto altro. La raccolta differenziata è al 45,7 per cento. Ottimamente conservato è l'esteso centro storico. Vedi bici dappertutto con un clima non esaltante. La movida non reca disturbo. Altrove si vivono risultati cento volte maggiori nella normalità. Noi ci autoincensiamo per qualche incerto passo in avanti che avremmo dovuto compiere da decenni. Abbiamo visitato i 26 ettari dei Giardini Margherita, quasi cinque volte il Giardino Inglese, un piccolo parco della Favorita. Del quale non sappiamo che farcene. Si nominerà il sovrintendente? A Bologna, con una media nazionale del 38 per cento, la perdita di acqua immessa nella rete è del 31 per cento, e sono polemiche, a Palermo se ne perde più del 50 per cento. Bologna è davvero un polo attrattivo per i giovani. Eravamo lì per favorire l'inserimento di due ragazzi che vanno via da Palermo per la specializzazione post-triennio, intenzionati a restare dove sarà più facile trovare lavoro. Noi, capitale 2017 dei giovani, ne perdiamo a fiumi, sottrazione di futuro e nuova peste secondo l'arcivescovo Corrado nel messaggio alla città del 15 luglio. L'altro giorno ero all'università di Palermo per una laurea triennale in Ingegneria. Si discutevano diciotto tesi. Guardavo i ragazzi, la loro freschezza intellettuale, le enormi potenzialità. Il loro domani sarà un aereo. Scappano, con iPad e comode valigie dove mettere tutto il presente incerto e portarlo dove esso può agganciare l'occupazione e il merito. Depositano altrove le risorse economiche che ci sono volute per formarli. Non sono scelte fatte in libertà. Basta leggere un frammento della lettera che la trentenne endocrinologa palermitana Valentina Bullara ha scritto a Palermo il 24 luglio. «Non sarei mai voluta andare via e, anche se mi dici che le mie sono solo parole retoriche e che le mie lacrime sono solo di circostanza, è proprio così. Non avrei voluto lasciarti, mai». Verranno qualche mese in estate. Il mare, il sole, la passeggiata in qualche portentosa isola pedonale. Mentre fai queste considerazioni, in lontananza, quasi come un rumore di fondo, realizzi che tra poche settimane si voterà per le regionali. Ma non dobbiamo preoccuparci più di tanto. Quelle diciotto giovani leve, e tantissimi altri ventenni, neppure voteranno il 5 novembre. Saranno già impegnati a studiare nelle aule universitarie sparse oltre lo Stretto. Per non tornare più dopo. Nel dossier preliminare al rapporto 2017, presentato il 28 luglio, la Svimez afferma che la Sicilia, dal 2016 al 2065, perderà più di un milione di abitanti. Viva dunque Palermo e Santa Rosalia, ma dovremmo confrontarci con città dove la monotona normalità è l'eccellenza. Il metro di paragone non può essere il nostro ombelico. Se volgi altrove lo sguardo, ad esempio, ti rendi conto che la programmazione estiva a Palermo non c'è più. Te lo ricordi quando vedi la Piazza Grande di Dalla trasformata in un cinema gratuito. Dovremmo smetterla di sentirci speciali e iniziare a essere noiosamente normali, commisurandoci con realtà più avanti di noi. Preferendo, come ha detto su queste pagine Roberto Alajmo a commento del Festino, la programmazione che dona frutti duraturi e silenziosi ai colpi di genio episodici e alla spirtizza, che ci fanno soltanto rimirare nello specchio delle nostre vanità.

mercoledì 26 luglio 2017

Mafie: la loquacità del mondo di sotto e i silenzi del mondo di sopra.

La Repubblica Palermo

25 luglio 2017

GLI INVINCIBILI SILENZI DELLA CLASSE DIRIGENTE

Francesco Palazzo
Dopo ogni 23 maggio e 19 luglio ci rimane una certezza. Ancora tanti sono i buchi neri di verità da riempire, sia per quanto riguarda il periodo stragista, sia per che ciò che concerne i legami tra classe dirigente e cosche. Non senza amarezza abbiamo registrato la constatazione di Fiammetta Borsellino, che 25 anni si sono persi in riferimento all'attentato in cui perse la vita il padre. Ma potremmo dire che quasi due secoli si sono perduti perché mai si è riusciti a fare piena luce sulle connivenze tra criminalità organizzata e i piani alti del paese. E non certo per colpa dei mafiosi. Loro parlano, eccome se parlano. Lo fanno quando collaborano con la giustizia, quando li ascoltiamo in diretta con le intercettazioni, anche da dentro le patrie galere ci trasmettono fiumi di parole. Quella che sta allineata e coperta è la classe dirigente, soprattutto del meridione. Dove sino a oggi, saranno indebolite finché volete, imperversano tre organizzazioni criminali. Che fanno di questa parte del paese la palla al piede dell'Italia, non facendola competere come potrebbe nel sistema europeo e mondiale. Parliamo di una lunga trattativa, implicita o esplicita, che ha attraversato tre secoli, e che ha visto i colletti bianchi osservare, al contrario delle coppole storte, che invece sono affette da logorrea, un oggettivo status omertoso che costituisce davvero ancora il problema che abbiamo davanti. Sì, ci indigniamo quando la statua rappresentate Falcone o la lapide raffigurante Livatino sono profanate. Episodi, è bene dirlo, sui quali è più la retorica che viene riversata, che i provvedimenti concreti. Allo ZEN 2 c'è stata sino ad oggi una teoria di visite di ministri e massimi esponenti delle istituzioni da fare paura. Ma la situazione non si è mossa neppure di un millimetro. Ma il vero scandalo è, appunto, il silenzio delle classi dirigenti. Siamo d'accordo che la mafia, a parte il consenso che riceve, da non sottovalutare con valutazioni buoniste, dal popolo dei quartieri, non sarebbe mai diventata un fatto strutturale se non avesse mai avuto stretti legami con chi detiene il potere economico e politico. Quando la classe dirigente viene coinvolta in indagini, assume l'atteggiamento della difesa ad oltranza. Un muro contro muro che neanche i mafiosi incalliti adottano, visto che molte star del gotha criminale passano dalla parte dello Stato. È facile sentire i mafiosi che collaborano pronunciare la seguente frase. « Lo faccio perché i miei figli non crescano in questo ambiente e non seguano la mia strada » . Vi è mai capitato di sentire un'affermazione del genere da un rappresentante del mondo di sopra che si trova accusato e magari condannato? Ancora più impossibile che una tale reazione si abbia da parte di chi non è stato sfiorato da nulla ma ha macigni sulla coscienza. Ed anche qui, piuttosto, ci sono stati casi di mafiosi, il mondo di sotto, che hanno parlato di gravi reati commessi senza essere indagati. D'altra parte, anche dal punto di vista legislativo si è assunto questo status di resistenza. Quasi tutti i provvedimenti antimafia sono stati presi sull'onda dell'emergenza, il riconoscimento stesso della mafia come reato è stato votato solo nel 1982. Non pervenuta ancora la regolamentazione legislativa, chiesta da più parti da decenni, del reato di concorso esterno alle mafie. Quanti altri 23 maggio e 19 luglio dobbiamo vivere con il peso del silenzio pressoché unanime della classe dirigente rispetto ai tanti frammenti che ancora ci mancano?

giovedì 6 luglio 2017

Quanto conta il popolo delle parrocchie nella chiesa di Palermo?

La Repubblica Palermo

5 luglio 2017

IL DIALOGO CHE MANCA NELLA CHIESA "IN USCITA"

FRANCESCO PALAZZO

Di preti trasferiti e di conseguenti lamentele, sin sotto i balconi curiali di via Matteo Bonello, sono piene le cronache. Dai piani alti dell'arcidiocesi palermitana, sempre lo stesso atteggiamento. Nessuna spiegazione ai praticanti, i quali sarebbero il corpo della Chiesa, il suo cuore pulsante, lo zoccolo duro del messaggio di Cristo sul territorio. Pare che quanto avvenga all'interno del mondo cattolico, non solo palermitano, sia un fatto circoscritto alle gerarchie. Il popolo di Dio, come viene chiamato, è evidentemente, nella quasi totalità dei casi, un gregge da condurre per mano dei pastori senza troppi scambi di idee. Non si vogliono qui scomodare concetti come democrazia o "una testa, un voto". Ma un minimo di dialogo, di confronto, anche a provvedimenti presi, magari meglio prima, sarebbe il minimo. Non dei rapporti tra correligionari ma tra esseri umani. Questo vale sempre, a maggior ragione se lo spostamento avviene non per un fisiologico ricambio, ma per questioni dottrinarie. È il caso di don Alessandro Minutella, la cui forzata rimozione è stata formalizzata dalla Curia, trovando il rifiuto dei parrocchiani sino alla resistenza fisica, rientrata solo adesso. Così che per giorni è stato impedito al successore di prendere possesso, come si dice nel linguaggio clericale, della parrocchia. E già in questo modo di esprimersi sta tutta la dinamica che sottende la vita delle parrocchie e ci fa capire che non siamo di fronte a un caso eccezionale. Il parroco è il capo, questo il messaggio; gli altri, bene che vada, sostanzialmente comprimari. Perciò i fedeli non si percepiscono quali comunità di fede autonome aventi voce in capitolo, ma come masse più o meno indistinte che dipendono dai sacerdoti. Tanto che quando questi vanno via c'è il disorientamento. Ciò denota una forte criticità nella vita delle assemblee cristiane. Del resto, questo stato di cose viene confermato da chi guida le diocesi: se qualcosa non va, si sostituisce un parroco con un altro, e tutto dovrebbe, secondo i piani di chi prende simili decisioni, tornare a posto. Possiamo chiederci che Chiesa è questa? Cosa può comunicare al mondo un siffatto modo di intenderla e praticarla nei rapporti assolutamente asimmetrici tra coloro che stanno sugli altari e le masse che stanno sotto? Per invertire questo pernicioso modo d'essere del cattolicesimo si dovrebbe iniziare a dialogare con le persone. Non agendo sulla leva della misericordia e del paternalismo. Ma riconoscendo diritti tra le parti. Dicendosi reciprocamente che non è da una tunica che dipende un percorso cattolico e che i fedeli non sono i terminali di un'azione pastorale. Per far questo ci vogliono modifiche radicali, nella forma e nella sostanza. Perché allora, per dare un segnale in controtendenza, altrimenti è dura far passare il messaggio che siamo con Francesco di fronte a una Chiesa "in uscita", che si rinnova, l'arcivescovo Corrado, così come richiesto dalla gente del luogo per un'intera settimana, non è andato nella parrocchia in questione per un confronto con quanti la frequentano? Certo, sarebbe entrato nel vortice del conflitto. Ma la vita pubblica, e quella di un vescovo lo è, non è fatta solo di consensi. Siamo certi che a don Lorefice sia rimasta la curiosità sulla parte di ragione, anche piccola, di cui queste persone, a prescindere da don Minutella, sono portatrici e che andrà ad appurarla di persona. E, visto che siamo in tema di chiarimenti, sarebbe opportuno che con i fedeli della Chiesa di Palermo si affrontasse un caso, eclatante per cento volte quello di don Minutella. E cioè la rinuncia, caduta da mesi nel silenzio, del vescovo ausiliare, a causa di contrasti che scorrono nella Chiesa palermitana. Anche qui il popolo di Dio non può essere spettatore, deve sapere cosa accade, visto che ancora non c'è un vicario, farsi un'idea e dire la propria.

lunedì 3 luglio 2017

Palermo: i bambini ci guardano. E hanno diritto alla bellezza.

La Repubblica Palermo
2 luglio 2017
Una città per Anthony e i suoi fratelli
Francesco Palazzo

Registriamo la storia a lieto fine di Anthony, il bambino del Borgo Vecchio che ha segnalato il degrado in uno spazio privato, trovando questo giornale attento e il comune pronto. Pare che dall’altra parte della città, in Via Messina Marine, un altro bambino, avendo saputo di questa vicenda, ha chiesto un intervento simile. Ma, mentre riferiamo di questi due casi, non possiamo fare a meno di pensare ai tanti bambini che subiscono silenziosamente scorci quotidiani di bruttezza a Palermo. Perché, diciamolo, quello di Anthony dovrebbe essere un caso più unico che raro. Normalmente, ai bambini la bellezza dovrebbe essere offerta, quotidianamente, senza che debbano essere costretti a gesti straordinari. Sia perché i bambini devono fare i bambini. Ma anche per il motivo che questi riflettori illuminano singoli casi, tutto il resto rimane al buio. Chissà cosa pensano i bambini che abitano davanti al porticciolo di Sant’Erasmo vedendo un’area sostanzialmente abbandonata. C’è bisogno che un piccolo afferri la giacca di qualche giornalista oppure si può provvedere senza bisogno di gesti così? Ma anche i piccoli che scrutano ogni giorno, senza dire una parola, quella passarella sul mare in legno abbandonata e in malora dalle parti del Buccheri La Ferla, che culto della bellezza nutriranno? E ancora. Cosa gira nelle teste dei pargoli di Via Hazon, quartiere Brancaccio, un insediamento di centinaia di famiglie (de) portate all’inizio degli anni ottanta? Ci passo spesso. Vedo un grande palazzone senza portone d’ingresso, dove entrano ed escono piccoli esseri umani e un altro che ha di fronte un rudere accanto al quale “giocano” piccoli uomini e donne. E cosa occupa le teste dei piccoli e delle piccole nati in un quartiere come lo ZEN 2, ormai non più a favore di telecamere elettorali? Qualcuno di loro avrà il coraggio di Anthony in questo come negli altri quartieri, periferici o meno, dove in molti, troppi casi, non trionfa la bellezza? E seppure accadesse, un’altra volta e un’altra volta ancora, avremmo risolto, ma solo casualmente, dei piccoli frammenti di disagio. Ma il compito della politica non è quello di navigare nel casuale, nell’eccezionale, nell’episodico, nel sensazionale. La buona politica veste l’abito della normalità. Anthony, e tutti i bambini e bambine di questa città, non dovrebbero sentire su di loro il peso di macigni grandi come montagne da spostare. Abbiamo il dovere di garantirgli una vita normale. Il brutto dovrebbe sparire dalla loro vista senza che gridino o lo subiscano muti. Il bello dovrebbe essere una costante dei loro orizzonti di vita, così come l’affetto dei genitori. Ecco, come programma di questa amministrazione, magari quando avrà finito di progettare il governo della regione e inizierà a concentrarsi di più su quello della città, ci pare abbastanza concreto. Si percorrano tutte, ma proprio tutte, le strade del capoluogo e si sostituisca alla narrazione della città che viaggia verso la perfezione quello della comunità guardata con gli occhi dei bambini. Ci si metta a guardare Palermo dal loro punto di vista e si veda cosa non va, facendolo sparire dalle loro vite. Forse, così facendo, il quinquennio che abbiamo davanti inizierà per Palermo nel verso giusto. Una città a misura di bambino sarà più bella e vivibile per tutti.

venerdì 23 giugno 2017

Antimafia: sicurezza ed estetica. Palermo non è Stoccolma.

La Repubblica Palermo
22 giugno 2017

I lavori in corso al palazzo di giustizia se la sicurezza prevale sull'estetica

Francesco Palazzo

 Quando entrano in conflitto sicurezza ed estetica bisogna sempre contestualizzare. Una cosa è mettere nel calderone della polemica questi due aspetti a Stoccolma, un'altra discuterne a Palermo. E, visto che non siamo in Svezia, dobbiamo chiederci se devono più preoccuparci i timori di un magistrato come Roberto Scarpinato oppure le, ragionevoli e per carità rispettabili, critiche di insigni urbanisti e architetti palermitani. Ci riferiamo alla polemica in corso sui lavori dentro la cittadella giudiziaria. Si stanno collegando palazzine con dei passaggi in vetro blindato e ferro, interrompendo in quei tratti la viabilità che era stata virtuosamente progettata e realizzata. Si dice che tali collegamenti già esistono nei sotterranei e in alto e che non c'era bisogno di crearne altri. Ma, evidentemente, se i lavori sono stati approvati vuol dire che le motivazioni della sicurezza hanno avuto, giustamente, il sopravvento su altre pur fondate ragioni. Afferma Scarpinato che, viste le minacce degli ultimi tempi, si deve ricorrere a tali ulteriori schermature. Quando verranno meno le preoccupazioni, continua, che non possiamo che ritenere gravi e presenti, vista l'autorevolezza del magistrato che parla, si toglieranno tali ulteriori passaggi protetti. Ora, tenuto conto che comunque il sito complessivamente manterrà la sua fisionomia, dobbiamo riflettere, come società civile, più che sull'estetica sul fatto che ancora vi siano magistrati così esposti. Tanto da non poter star sicuri sin dentro il palazzo di giustizia più protetto d'Italia. E, di rimando, se ci rimane tempo dopo la polemica che ci impegna, focalizzare la circostanza che ci sia ancora una criminalità organizzata così forte da minacciarli sin lì. Infine, altri due rilievi. Il primo si riferisce all'affermazione che la cittadella giudiziaria è stata così concepita perché devono essere i cittadini a proteggere i giudici. Bella prospettiva. Se fossimo appunto a Stoccolma. A Palermo, con tutto il sangue che abbiamo alle spalle, sembra più un auspicio, posizionato chissà in quale futuro. Inoltre si ritiene, ed è vero, che tale opera urbanistico-architettonica ha ridisegnato, e non si può negare, un nuovo rapporto tra i luoghi dove si amministra giustizia e la città, riqualificando la zona. Anche se qualche dubbio si può avanzare. Il mercato del Capo è a due passi, non sarà difficile per nessuno notare che, più o meno a tappeto, regna il far west dal punto di vista dei titoli d'acquisto, più volgarmente detti scontrini fiscali. Difficile uscire con sacchetti pieni di spesa e i corrispettivi pizzini attestanti l'esborso. Alcuni esercizi commerciali non hanno neppure la cassa da dove fare uscire i mitici pezzetti di carta. Estendendo lo sguardo a tutto il quartiere non è che si possa dire che la bellezza trionfi in maniera lampante sol perché si è insediato un manufatto di pregio. A Palermo le cose sono complicate, per usare un eufemismo. A pochi passi dal Palazzo di Giustizia è stato ucciso platealmente a legnate un penalista. Teniamo dunque in considerazione estetica, assetto architettonico e visione urbanistica. Ma non dimentichiamo tutto il resto.



venerdì 16 giugno 2017

Una lettura delle elezioni a Palermo guardando al futuro.

La Repubblica Palermo 

15 giugno 2017

L'eterno sindaco, la mezza città delusa e cinque anni per immaginare il futuro

Francesco Palazzo

Vincono a Palermo gli elettori muti, perdono i grillini. Ha la meglio il sindaco, che mette insieme liste forti. Riuscendo a parlare a tutti i quartieri di Palermo, che però per metà se ne sta a casa. Nei prossimi cinque anni vanno rimesse assieme queste due parti di città. Pur con una moltitudine di candidati, in troppi hanno disertato. Forse per una legge elettorale astrusa. Ci voleva molto a inviare i due facsimile per famiglia e spiegare bene come votare? Parliamo della qualità nella formazione del consenso. Ma ci sono questioni più concrete dietro lo scontento. Molti problemi di questa comunità sono tali da decenni. E non è indicando i governi di centrodestra che si giustifica il non fatto. Sia nei cinque anni di adesso, sia negli anni Novanta. Quando c'erano più consenso e più soldi. Ferrandelli, con un buon risultato, ha tenuto viva la partita. È giovane, ha un progetto e, a fronte dei tanti che si sono nascosti ancora una volta sotto il mantello orlandiano, ci ha messo nuovamente la faccia. In politica è una virtù. Anche se le sue liste non hanno funzionato tutte bene. Forse si sarebbe avvantaggiato se avesse tenuto ferma, nell'avvicinamento al centrodestra, la barra del civismo. Terreno dove Orlando è invece stato più deciso, vincendo in questo campo le elezioni. Ho avuto l'impressione che Ferrandelli non ha mai sentito suo questo schieramento, e una parte di elettorato, quella decisiva, lo ha capito. Non c'è stato in tutta la campagna elettorale un momento pubblico comune. Si è evitata la chiusura in piazza della campagna elettorale per togliere tutti dall'imbarazzo. Quando si prende una strada, va percorsa sino in fondo. Altrimenti perdi da una parte e dall'altra. Il listone con dentro il PD, sommato al grande passo falso dei Cinquestelle, consente a Orlando il colpo di reni per farcela al primo turno. Forello non è riuscito a scaldare i palermitani. I grillini devono superare lo schematismo. Non puoi presentare, anche se il cocente cappotto non ha solo questo movente, una sola lista con una legge elettorale simile. Il PD lo vediamo con il cannocchiale. I democratici dovranno fare un ragionamento su Palermo. Con idee e persone nuove. Dopo quasi quarant'anni, nel 2022, non ci sarà più la coperta di Orlando a coprire la loro storica e mai risolta debolezza sul suolo palermitano. L'eterno sindaco, dunque, inizia questo mandato essendo espressione di una parte abbastanza ristretta di elettorato. Deve ricordarselo. Poiché è al suo ultimo giro, non avrà più alibi. Se guardiamo al programma del 2012, molto è rimasto sulla carta. Poche cose sono state fatte. Il resto si è appoggiato sulle capacità del sindaco di valorizzare la sua azione e la sua persona. Ma c'è anche il futuro. Da qui al 2022 il compito, per la politica palermitana, è quello di scoprire nuove figure che possano prendere in mano la pesante eredità, da qualsiasi lato la si guardi, orlandiana. Palermo dovrà immaginare il futuro senza una presenza che ha avuto tanti risvolti positivi ma che ha anche reso difficile, impossibile in alcuni passaggi, il ricambio generazionale. Di cui questa città ha bisogno. Perché ai cinquemila giovani palermitani che vanno via ogni anno per sempre, una risposta credibile e duratura bisogna pur darla. E non rimarranno, né torneranno, solo perché chiudiamo qualche pezzo di strada e ci passeggiamo sopra.

domenica 4 giugno 2017

Dibattito sul Parco della Favorita - 6 giugno 2017 - ore 17 e 30 - Palermo



Associazione Scuola di Formazione etico – politica “Giovanni Falcone”

IL PARCO DELLA FAVORITA
Idee a confronto
6 giugno ore 17,30/20 - Chiesa di S. Giovanni Decollato – Piazzetta S. Giovanni Decollato (a due passi dalla Cattedrale, adiacente alla Piazza Bonanno e accanto alla Squadra Mobile)

Saluti di Augusto Cavadi – Presidente Associazione Scuola di Formazione etico-politica Giovanni Falcone

Introduzione
Come utilizzare al meglio il Parco della Favorita
Giuseppe Barbera - Professore ordinario di Colture Arboree 
(Università di Palermo)

Interventi

Riccardo Agnello (Presidente Associazione Salvare Mondello), Rosanna Pirajno (Vice Presidente Fondazione Salvare Palermo), Geri Presti (Vicepresidente Parco Uditore Cooperativa Sociale), Giovanni Provinzano (Direttore Riserva Naturale Orientata “Monte Pellegrino”), Fabio Corsini, Marco Lampasona, Nicola Tricomi (Consiglio Direttivo del Comitato “La Domenica Favorita”).

Sergio Marino (Assessore parchi, verde pubblico, giardini storici ed aree protette del Comune di Palermo), Aldo Penna (Assessore designato al Verde dal candidato a sindaco Ugo Forello), Carmelo Sardegna (Assessore designato all’ambiente dalla candidata a sindaco Nadia Spallitta), Nicola Macaione (candidato al consiglio comunale a sostegno del candidato a sindaco Fabrizio Ferrandelli), Gaetano Simile (candidato al consiglio comunale a sostegno del candidato a sindaco Ciro Lomonte). 

Interventi dal pubblico

Modera Francesco Palazzo – Editorialista de La Repubblica Palermo

mercoledì 31 maggio 2017

venerdì 12 maggio 2017

L'antimafia difficile. E quella facile.

La Repubblica Palermo 
11 maggio 2017
Manuale per una seria antimafia al tempio dell'antimafia di cartone
Francesco Palazzo

Quest'anno ricorrono i 25 anni delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Di strada se ne è fatta tanta. Alcuni studiosi sono sicuri nel dire che la mafia non ha vinto, che non abbia sempre la meglio e che non sia dappertutto. Ci sono ragioni per sostenere ciò. Ma, nello stesso tempo, si vede un'antimafia in crisi. C’è chi addirittura propone di mandare in archivio il termine stesso. C’è chi prova da quarant’anni (vedi l’intervista di domenica 7 maggio a Umberto Santino di Salvo Palazzolo), a percorrere una strada non legata al sensazionalismo e all'emotività. Che riconosce i passi in avanti, senza per questo parlare di mafia completamente sconfitta o ininfluente, e non nega i passi falsi dell’antimafia, senza fare di tutta l’erba un fascio. È nato nel 1977 il Centro Siciliano di Documentazione poi intestato a Giuseppe Impastato. Nel difendere e promuovere la biografia dell'attivista politico di Cinisi, troviamo una prima traccia per un'antimafia dalle basi solide. Il centro è stato protagonista in questa storia, sia dal punto di vista giudiziario che politico. Dopo I cento passi è facile parlare di Impastato. Non lo era nel 1978. Allora, una prima cosa che può essere utile all'antimafia è lavorare non sulla mera condanna della criminalità organizzata, ma sull’individuazione di contesti precisi spendendosi per essi. Ma non basta. Ci vuole l'analisi, capire cosa è la mafia, non in generale, ma proprio indagarla nei suoi aspetti operativi e organizzativi, territorio per territorio, altrimenti si rischia di girare a vuoto. Il Centro Impastato, ecco un’altra pista per un’antimafia non di cartone, ha fornito studi e interpretazioni del fenomeno mafioso. Contemporaneamente c’è stata la militanza attiva. Pensare sì, per l’antimafia, ma anche agire, sporcarsi le mani. Un altro aspetto che ha contraddistinto la realtà fondata da Santino e Anna Puglisi sono i soldi pubblici. Siccome non condividono le modalità con le quali vengono assegnati i finanziamenti, si sono tenuti fuori. Tanti denari girano nell'associazionismo, non soltanto antimafia. Non di rado sono state scoperchiate situazioni che hanno lasciato l'amaro in bocca. Un altro che non voleva soldi pubblici era don Puglisi. Con le scarpe bucate e l’auto scassata fece molta paura alla cosca di Brancaccio, sino alle estreme conseguenze. Le amministrazioni pubbliche, per evitare di elargire somme senza criterio, potrebbero fornire solo beni e servizi per singole attività. In modo che quanti vogliono lavorare possano farlo. Un esempio ci viene dalla recentissima La via dei Librai. Il comune ha fornito diversi presidi per la riuscita della manifestazione. Il volontariato benedetto da fondi a pioggia rischia di creare stipendifici e holding di potere, scatole vuote talvolta, con gente che si abbarbica a vita a rendite di posizione. Se non si è disposti a metterci gratuitamente anche del proprio, e i fondatori del Centro Impastato utilizzano una parte della loro casa per ospitare quella che oggi è una onlus, ci si deve chiedere perché lo si fa. Un altro pezzo di antimafia virtuosa è rappresentato dalla capacità di fare percorsi comuni. Il Centro, negli anni ottanta, si è impegnato nel coordinamento antimafia e nelle sue successive declinazioni. Ha anche, con altre realtà, avanzato richieste, vane, alle amministrazioni comunali affinché si individuasse un immobile per farlo diventare sede dell'associazionismo. In modo che si potessero mettere insieme e potenziare pratiche e saperi. Ha poi lanciato la proposta di un Memoriale Laboratorio della lotta alla mafia, che possa offrire una casa alle associazioni e un percorso storico del fenomeno mafioso/antimafioso. Il comune ha mostrato interesse, ma non abbiamo sinora visto risultati concreti. Infine, il Centro Impastato ci ha abituato ad una lettura più complessiva della società. La mafia non può essere affrontata come un singolo frammento, vive nella storia e stabilisce rapporti con gli altri agglomerati sociali: politica, società, economia, professioni, borghesia, ceti popolari. Che vanno studiati e compresi anch'essi se non si vuole guardare la multiforme realtà con un occhio chiuso e l'altro mezzo aperto. (Versione integrale con la parte finale non pubblicata per motivi di spazio). 

sabato 29 aprile 2017

La chiesa di Palermo, tra un rumoroso "scisma" improbabile e i veleni silenziosi della grande rinuncia.

La Repubblica Palermo 
28 aprile 2017

Il vescovo mancato tra silenzi e veleni
Francesco Palazzo
A questo punto, come diceva il famoso giornalista, la domanda sorge spontanea. Cosa sta succedendo nella chiesa palermitana? Non si sono ancora spente le fiamme di quello che questo giornale ha chiamato lo “scisma” di Romagnolo, ossia la vicenda che ruota attorno al parroco, o ex, Alessandro Minutella. Ne ho già scritto su questo giornale. Sinteticamente posso ricordare che la doppia disposizione, che sanziona un sacerdote per le sue idee e dispone sulla liceità di ascoltare un veggente, mi è sembrata discutibile nel metodo. Così come, non me ne vogliano i cattolici, ho trovato triste la partecipatissima veglia di preghiera per l’unità della chiesa palermitana in cattedrale. Formalmente per l’unità, sostanzialmente contro un parroco. Che può avere torto quanto volete, cari cattolici, e con lui tanti altri che non si allineano al magistero di Francesco, ma al quale deve essere consentito di esprimersi. Perché non è con i divieti e gli spostamenti che le idee buone entrano in circolo, ma per il solo fatto che sono buone, come ritengo siano quelle del pontefice e dell’arcivescovo che ha scelto per Palermo. Mi sono chiesto, dopo la veglia, quale altro parroco avrebbe avuto l’ardire di alzare il dito mostrandosi pubblicamente in disaccordo. Su questa vicenda di Romagnolo, che si è svolta tutta sul proscenio (dichiarazioni, filmati su YouTube, interviste ai fedeli e veglia sovradimensionata rispetto al problema che doveva affrontare), abbiamo registrato un fiume di posizioni sui social network da parte dei cattolici. Invece, dopo la notizia della possibile, quasi certa, rinuncia del vescovo ausiliario, abbiamo preso atto del totale silenzio, o quasi, fatto di imbarazzo ma anche di fastidio, del popolo dei fedeli che prima aveva a profusione sentenziato su don Minutella. Perché ciò è accaduto? Si ha come l’impressione che la vicenda di un semplice parroco, sul quale sono volate espressioni molto sopra le righe, sia servita ai credenti per non parlare delle più gravi ambasce della chiesa palermitana, che adesso portano alla rinuncia alla carica di vescovo, con firma papale già apposta, di don Giovanni Salonia. Che giustifica tale gesto, molto insolito, per non dire unico, con parole durissime. Si parla di “sentimenti negativi” che avrebbe suscitato nella diocesi la sua nomina e della decisione di non volere il proprio ministero a Palermo “inquinato”. Insomma, possiamo parlare, apertis verbis, di veleni che scorrono nelle vene della chiesa panormita, guida delle chiese di Sicilia. Che hanno trovato, al contrario di quanto accaduto con lo “scisma” di Romagnolo, modo di spargersi nel silenzio ma andando ben presto al bersaglio. Tanto che oggi parliamo non delle dimissioni di un sacerdote ma della rinuncia di un vescovo. Al quale vorremmo dire, poiché in questa città di veleni che hanno avuto il sopravvento ne abbiamo visti tanti, di ripensarci, di non lasciarsi travolgere dallo scoraggiamento. Chi scrive non lo conosce, ha saputo del suo spessore umano e teologico, e ritiene che possa essere utile alla chiesa palermitana, e di riflesso alla società di questa città, il suo apporto. Nello stesso tempo, non si può non chiedere, a quanti invece nel clero non sono spargitori di veleni, di prendere pubblicamente posizione. Affinché anche questa vicenda sia resa intellegibile così come lo è stata quella del prete della chiesa di periferia. E se proprio si vuole dimostrare unità, ora sì che ci vorrebbe, si ripeta quella veglia, questa volta per qualcosa e non contro qualcuno, e si facciano parlare tutte le membra della diocesi. Infine, a chi è stato chiamato a guidare questa comunità di fede, che però mette in moto dinamiche che interessano, come si vede, anche i fanti, oltre che i santi, e che lo sta facendo con intenzioni buone e sguardo limpido, ci sentiamo di rivolgere un appello. Ci dica cosa sta accadendo, Don Lorefice, visto che la chiesa si muove nello spazio pubblico. E, se ritiene opportuno farlo, difenda le ragioni, sicuramente ottime, che l’hanno portato a individuare il frate cappuccino come suo vicario. Una chiesa che mostri, ma chiaramente, senza silenzi eccessivi, il suo volto problematico può essere una buona compagna di viaggio anche per chi percorre altre strade.

mercoledì 26 aprile 2017

Il Parco della Favorita e le scelte della politica.

Repubblica Palermo
26 aprile 2017 - Pag. IX

Un sovrintendente per la Favorita da vivere
Francesco Palazzo
La prima notizia è che ai palermitani piace passeggiare in un grande parco. Come ai trentini, ai veneti e ai fiorentini. La seconda è che, molto probabilmente, i trentini, i veneti e i fiorentini già lo farebbero da generazioni se avessero a disposizione un gioiello come il parco della Favorita. La terza notizia è che invece ai palermitani ciò è consentito una tantum, come a quei bambini che improvvisamente vengono portati alle giostre. Dopo la contentezza unanime per la partecipazione ai primi tre appuntamenti, che certamente troverà conferma nelle prossime due domeniche del 7 e 21 maggio, rimane appesa una domanda. Vorremmo capire, e solo chi amministra la città e soprattutto coloro che si candidano a guidarla possono dircelo, cosa si vuole fare di un simile patrimonio. Diciamo concretamente, subito, abbassando i decibel delle promesse a lunga scadenza. Si intende riservarlo normalmente ad auto, motori, camion e ogni tanto aprire il luna park abbastanza scontato del divertimento e dell’orgoglio, oppure c’è un progetto? In questi cinque anni si era partiti con grandi propositi e si è atterrati a poche settimane dal voto con alcune mezze domeniche che lasceranno, più o meno, le cose come prima. È ovvio che certi provvedimenti, vale per la Zona a traffico limitato come per la Favorita, andrebbero presi a inizio legislatura e valutati man mano che esplicano i loro effetti. Non possiamo che augurarci che il vincitore delle elezioni di giugno passi, sulla Favorita, dalle parole ai fatti mettendo in campo, senza por tempo in mezzo, azioni che durino.L’idea di riempire il parco di contenuti, come si sta facendo in queste domeniche primaverili, è la strada giusta. Tra l’altro, ed è una formula vincente da non disperdere, sono virtuosamente al lavoro privati ed enti pubblici. Ma occorre una pianificazione che trasformi lo straordinario di pochi giorni in ordinario perenne. Alle nostre latitudini col vestito della festa siamo tutti bravi, ci blocchiamo quando dobbiamo passare alla quotidianità. Ma le città che funzionano bene raggiungono alti livelli nella ferialità. Il luogo potrebbe ospitare benissimo, visto che da noi c’è un’eterna estate-primavera, di tutto. È chiaro che ci sono problemi da affrontare. Primo fra tutti, quello dei collegamenti con la borgata marinara di Mondello. Che intanto, se vogliamo metterla dal punto di vista della convenienza, non potrebbe che agevolarsi commercialmente di un parco meta costante di visitatori. Si potrebbero immaginare navette continue tra la Favorita e Mondello, luogo anch’esso, fatti salvi i diritti dei residenti, che dovrebbe essere il più possibile preservato dalla presenza dei tubi di scappamento. Le strade alternative non sono poche: almeno quattro, compresa una comodissima autostrada. Il tutto andrebbe affrontato in un clima di dialogo a partire dal primo giorno della prossima amministrazione. Che non dovrà avere l’ansia da prestazione. Questo fatto di contare quanti vanno al parco, in una situazione di normalità, non dovrebbe interessare più nessuno. I palermitani, e i turisti, perché un parco aperto e pieno di contenuti, con un continuo collegamento con Mondello, sarebbe molto appetibile per i flussi turistici, avrebbero una nuova opportunità di vivere la città. Non penso che ogni giorno ad Hyde Park, uno dei nove parchi reali di Londra, o nei tanti giardini di Parigi facciano la conta dei presenti per vedere se conviene tenerli aperti. Questa è una logica molto provinciale. Della quale dobbiamo liberarci se vogliamo avvicinarci agli standard delle città europee. Aveva convinto molto lo slogan che il parco della Favorita doveva diventare, in termini di biglietto da visita, ciò che è stato, e che è, grazie all’abile direzione di Francesco Giambrone, il Teatro Massimo. Allora si potrebbe, per dare un seguito concreto allo slogan, nominare la stessa figura di vertice che gestisce il teatro, ossia un sovrintendente del parco della Favorita, che individui un gruppo di lavoro permanente. Al fine di rendere fruibile sempre, tirandolo fuori dalla dimensione del “vorrei ma non posso” dove giace, questo tesoro. Che non può ancora per molto tempo rimanere chiuso in cassaforte.

giovedì 6 aprile 2017

La chiesa di Palermo, l'autonomia di giudizio dei fedeli e il dissenso nell'era di Papa Bergoglio.

La Repubblica Palermo 
5 aprile 2017 - Pag. I
Ma l'innovazione accetta il dissenso
Francesco Palazzo

Che il rinnovamento di papa Francesco sia un fatto vero, lo dimostrano le opposizioni al suo operato che da Roma si riflettono sulle periferie d’Italia e del mondo. Chi guarda, come me, la Chiesa da fuori, non può non essere dalla sua parte apprezzando le sue scelte. Anche quella che vede don Corrado Lorefice, dal dicembre 2015, guida della diocesi palermitana e della Chiesa siciliana.Ero in piazza Pretoria quando il nuovo vescovo, nel discorso rivolto alla città, citava non la Bibbia ma l’articolo 3 della Costituzione. Quello dell’uguaglianza formale e sostanziale davanti alla legge di tutti i cittadini. È trascorso quasi un anno e mezzo, e, pur apprezzando il profilo del nuovo arcivescovo su aspetti ancora da approfondire con gesti e norme più chiari, ci troviamo improvvisamente a fare i conti con quello che è, vista l’importanza che dalla plancia di comando della diocesi attribuiscono alla questione, il duplice atto più importante partito dalla cattedra di San Mamiliano. Ossia i due decreti aventi per oggetto la venuta in città di un veggente e la rimozione di un prete da una parrocchia. Nel leggere i provvedimenti si ha come una sensazione di straniamento, seppure comprendendo le ragioni che hanno portato a formularli. Per quanto riguarda il veggente, si dispone che i presbiteri non partecipino a iniziative di questo tipo se non approvate dal vescovo, e che i parroci prescrivano agli stessi fedeli di non parteciparvi. Non riconoscendo, se l’interpretazione del doppio ammonimento non è troppo fuorviante, e sono pronto a ridiscuterne se convinto del contrario, sia ai prelati che ai fedeli, i quali ultimi non sono legati da nessun vincolo di obbedienza al proprio vescovo, un’autonoma capacità di discernimento. Ciò nel 2017, non nel 1950, quando con i nostri smartphone possiamo vedere tutto in pochi secondi e formarci autonomi giudizi. Chi scrive ritiene non conducenti nelle questioni di fede gli apporti di veggenti e roba varia. Ma qua discutiamo di altro. Della libertà di accedere liberamente a certe pratiche, senza essere interdetti, e della ancora più fondamentale opzione di potere sbagliare come persone dotate di intelletto. Perché, se per caso si ritenesse il cosiddetto popolo di Dio non in grado di padroneggiare tali aspetti della spiritualità, tanto da avere bisogno di autorizzazioni, ci si dovrebbe domandare che tipo di Chiesa abbiamo davanti.Questo aspetto è legato anche al secondo provvedimento. La vicenda è nota. Si rimuove un parroco perché indurrebbe presso i fedeli, evidentemente ritenuti non in grado di intendere e volere, e qua siamo al punto di prima, credulità a buon mercato. Ma lo si mette in discussione, soprattutto, perché sostiene posizioni in aperto contrasto con quella che è la linea inaugurata dal pontefice. Su quest’ultimo aspetto si possono porre due punti di domanda. E’ lecito all’interno della Chiesa avere posizioni differenti? Seguendo i canoni misericordiosi dell’attuale successore di Pietro, dobbiamo rispondere di sì. E lo facciamo per una questione non di merito, che lasciamo ai teologi, ma di metodo. Quando a una chiesa conservatrice del passato si opponevano gli innovatori che adesso hanno trovato il loro momento, speriamo non passeggero, sotto il magistero di Francesco, sovente si riducevano al silenzio e all’obbedienza. Non andava bene prima tale modo di fare e, se dobbiamo difendere i principi sempre, non va bene, a maggior ragione, adesso. L’altro punto di domanda riguarda la diocesi e il contributo che può dare alla vita delle comunità civili. Ma proprio la chiesa del palermitano ha in questo momento come primo problema quello dei veggenti e delle opzioni scismatiche, o presunte tali? Era così necessario spendere i due primi atti d’importanza primaria per le questioni evidenziate? O veniva prima molto altro? Aiuta la chiesa, nel rapporto con la società palermitana, questa spaccatura che adesso sta polarizzando le posizioni? Speriamo che i cattolici di questa diocesi, che non sono soltanto gerarchia ecclesiastica, ma essenzialmente popolo, sappiamo darsi e darci qualche risposta.

domenica 26 marzo 2017

L'inflessibile compagnia dei difensori e la realtà.


La Repubblica Palermo 
25 marzo 2017 - Pag. I
Nuoce più la satira o l'omertà?
Francesco Palazzo
Quando si parla di mafia e di Sicilia, nei film, nelle fiction, nelle parodie, spesso causando le reazioni di chi si sente offeso come siciliano, c’è sempre la nuda e rude cronaca che ci riporta sui nostri passi. Non partiremo da lontano, la lista sarebbe lunga, dalla Piovra al Capo dei Capi, dal videogioco alla pubblicità di una marca di occhiali. Ci soffermiamo sull’ultimo, ma sempre penultimo statene certi, fronte di polemica. Ossia, l’intervista ad un comico che impersonava il nuovo presidente del Palermo sulla Rai a Quelli che il calcio. Dieci minuti di satira godibile con in mezzo qualche battuta, per forza di cose iperbolica, surreale, ma sino a un certo punto, sulle nostre presunte abitudini e sul nostro modo di fare. L’ho ascoltata, collocata nella giusta dimensione, quella della satira, che deve essere provocatoria d’ufficio, e dopo qualche minuto non ci ho pensato più. Come sempre i fatti veri, non la comicità purtroppo, assolvono il compito di farti sentire il peso del piombo nelle ali della nostra quotidianità. Personalmente, trovo più conducente chiedermi non cosa volevano dire quelle poche battute sentite in televisione, che nulla volevano comunicarci se non strapparci una risata. Ma come collocare, rispetto a come ci vede il resto d’Italia e il mondo, il fatto ben più grave che magistratura e forze dell’ordine sembrano finalmente aver dipanato, facendo venir fuori i provvedimenti a poche ore della trasmissione domenicale incriminata. Mi riferisco all’uccisione, in pieno centro, a due passi dal Palazzo di Giustizia più presidiato d’Italia, di uno dei penalisti più noti e capaci del foro palermitano, Enzo Fragalà. Il fatto, come sapete, è avvenuto nel 2010, ma solo adesso sappiamo, ammesso che il tutto sia confermato dai diversi gradi di giudizio, che è stata Cosa nostra a pianificare ed eseguire il mortale agguato. E lo abbiamo appreso perché gli stessi mafiosi, nelle intercettazioni, o qualcuno collaborando con la giustizia ce lo hanno rivelato. Come quasi sempre accade. Ora, i punti di domanda che vorrei porre, rispetto a come ci vedono gli altri, sono i seguenti. Fanno più danno le piovre, i capi dei capi, le parodie, le pubblicità che parlano, più o meno bene, più o meno in maniera centrata, della Sicilia e della criminalità oppure il fatto che si uccide un avvocato prendendolo a bastonate alle otto di sera, davanti a residenti e automobilisti? E ancora. Fa più male alla nostra reputazione la fugace puntura dialettica di un comico, condivisibile o meno, oppure la circostanza che dai mafiosi, dai collaboratori, oltre che dai magistrati e dalle forze dell’ordine che hanno lungamente indagato, e non dai palermitani siano arrivate delle testimonianze utili a risolvere prima un caso che ha rischiato di rimanere per sempre nel buio? A tal proposito scrive Alessandra Ziniti, su queste pagine, il 16 marzo che il delitto è avvenuto «…sotto gli occhi e le orecchie distratte di passanti e automobilisti con nessuna voglia di aiutare gli investigatori…». Queste due domande dobbiamo porcele, non per alimentare la polemica, perderemmo inutilmente tempo. Le risposte servono per interrogarci non su come ci vedono gli altri dopo aver guardato distrattamente due minuti di piccolo schermo, ma per capire cosa siamo nel confronto con i dati di realtà, che sono molto più importanti e veritieri, intanto per noi prima che per gli occhi del mondo, di qualsiasi rappresentazione, verosimile o fuorviante che gli altri fanno di noi. Credo che all’esterno dell’isola non sfuggano a nessuno le tante positività, oltre i lati oscuri, che questa città, questa regione, questa terra esprime. Ma dobbiamo lasciare al suo destino l’atteggiamento di prendercela appena qualcuno dice mezza parola sul nostro conto. Non ci aiuta. Poi un’ultima notazione, se volete un dettaglio. Per stigmatizzare l’operato di Fragalà si utilizzava il termine “sbirro”: lo stesso epiteto rivolto a don Ciotti sui muri di Locri. Ebbene, quante volte ci capita nel linguaggio comune, esterno alla criminalità organizzata, di sentire pronunciare questo epiteto lanciato come sfregio e offesa?

mercoledì 15 marzo 2017

Uomo dato alle fiamme a Palermo: la reazione della città, l'informazione e la politica.

La Repubblica Palermo 
14/3/2017 - Pag. 3
La violenza, quel video e i senza tetto. Tre interrogativi tra fatti e polemiche.

Francesco Palazzo
Tre aspetti, sull’atroce violenza mortale subita dall’uomo che è stato dato alle fiamme, si possono evidenziare. La reazione di Palermo, il ruolo dell’informazione e l’uso politico della vicenda. Cominciamo da Palermo. Anche il contadino, mentre si parlava d’altro, mi ha chiesto. Se si fosse trattato di un omicidio di mafia in pieno centro o di un negozio distrutto dagli uomini del racket, il discorso non sarebbe stato introdotto. Una città che ha assistito quasi muta al fiume di sangue della seconda guerra di mafia è stata scossa come non mai questa volta. Ho persino letto che sì, la mafia ha ammazzato e uccide ma ha una sua finalità nel farlo. Eccidi in pieno giorno in mezzo alla folla, incaprettamenti vari, scioglimenti nell’acido, durante i quali pare si banchettasse mentre si giravano nella pentola liquido e corpi, sono iscritti nell’orizzonte di una tacita comprensione collettiva condivisa. Non c’è dubbio, allora. Al prossimo omicidio interno alle cosche la reazione sarà quella di prima. Si ammazzano tra loro, quando cade un mafioso, quindi non è il caso di fermarsi alla dimensione umana. Andate a vedere, invece, cosa si è scritto in rete nelle ore seguenti l’assassinio consumatosi sotto il porticato dei cappuccini, davanti al muro raffigurante San Francesco. Se uno si fosse trovato catapultato dalla luna, si sarebbe persuaso che in questa città non si era mai visto un fatto di sangue e i suoi abitanti fossero vissuti sino a quel momento nella quiete. Andiamo all’informazione. Parliamo del video molto commentato dai palermitani nei social network. Chi non li frequenta ne ha viste tante a Palermo, una volta pure una testa lasciata in un’auto nei pressi della stazione, che figuriamoci se può farsi traumatizzare da quelle immagini. Uscite dalle telecamere di sicurezza, hanno ripreso gli istanti in cui un uomo versa benzina sulla coperta sotto la quale c’è un altro uomo. Far vedere o no il video? Penso che non ci possano essere dubbi: quel video andava mostrato, stava poi alla libertà degli internauti se cliccarci sopra o rifiutarsi di vederlo. Talvolta si ha l’impressione che chi riceva l’informazione sia ritenuto mediamente, come si diceva dell’elettore medio qualche anno fa, come un bambino piccolo e neppure tanto intelligente. Le notizie, quando si può, devono essere veicolate in maniera diretta. Conoscete qualche filtro informativo che nel settembre del 2001 avrebbe potuto sostituire i due aerei che entravano nelle Twin Towers come dentro forme giganti di burro, evento che ha cambiato le ore della nostra storia contemporanea? Ai lettori, agli spettatori, non devono essere passate minestrine preriscaldate e poltiglie già masticate. A volte una buona informazione deve essere, quando può esprimersi con un’evidenza non mediata, come l’arbitro in campo, che meno si vede meglio è. Una foto, un video, un’immagine, un viso valgono più di mille parole. Chi ha visto l’eccezionale mostra sulle fotografie di Letizia Battaglia ai Cantieri culturali lo sa.Infine, su questa vicenda c’è stata anche una puntata politica. Cosa fa la politica per i senza casa e i senza nulla? Siamo in piena campagna elettorale e ci può stare tutto. Ma non si capisce in questo caso cosa c’entri. La persona che ha trovato la morte in maniera terribile possedeva una casa e dei familiari cui fare riferimento. Aveva deciso di vivere in quel modo perché riteneva evidentemente fosse la cosa migliore da fare. Questa, anche a livello politico, non è una città che si disinteressi dei meno fortunati. In tema di assistenzialismo non siamo secondi a nessuno. Anzi, con i soldi pubblici, spesso si imbandiscono tavolate per troppi.

venerdì 10 marzo 2017

Stazione Nuovo Cinema Paradiso, S.Erasmo e Palazzo della Favara: come non riusciamo a mangiare con quello che abbiamo.


La Repubblica Palermo
9 marzo 2017 - Pag. I
La stazione, il porticciolo, il castello. Così la Sicilia rinuncia alla sua bellezza.

Francesco Palazzo

In queste settimane sono scivolati sotto i nostri occhi tre luoghi che altrove sarebbero motivo di cura e attrazione turistica. Il primo è la stazione di Lascari-Gratteri, immortalata per sempre nel rullino della nostra memoria, visto che lì è stata girata la scena più bella e commovente del film premio Oscar “Nuovo cinema Paradiso”, quella in cui il protagonista va via e abbraccia il suo mentore, Alfredo. È stata demolita per fare spazio ad un fantascientifico doppio binario. A Castellabate, location del film “Benvenuti al Sud”, il luogo dove nella finzione sorgeva l’ufficio postale è diventato meta turistica. Almeno ci avessero regalato l’alta velocità, piangeremmo con un occhio, ammesso e non concesso che le due cose, memoria e sviluppo, non possano stare insieme. Avremmo quantomeno ceduto un luogo così significativo in cambio di un allineamento, in tema di trasporti, all’Italia che va da Salerno al Nord. Il mese scorso a un mio parente che lavora nel Veneto sui treni, in vacanza a Palermo, chiedevo, come un bambino che vuole sapere qualcosa sul paese dei balocchi, che sensazione si prova a viaggiare quotidianamente come schegge. «Bella», mi risponde. Certo, bella, domanda stupida. Un altro sito tornato per qualche ora alla ribalta, ancora non distrutto solo perché il mare e il panorama non li puoi abbattere facilmente, è il porticciolo di Sant’Erasmo, ripulito dagli attivisti grillini, che hanno ritrovato fra i detriti pure la carcassa di un vecchio scooter. Questo balcone sul mare, luogo che a Palermo non ha eguali, è da tempo in mezzo a una querelle tra chi vorrebbe farne una stazione per diportisti e chi intende non modificare la natura dei luoghi. Nel frattempo, facendo spostare la stazione di rifornimento che ostruisce in parte la vista, si potrebbe, utilizzando anche un tratto di strada, realizzare una grande isola pedonale che avrebbe uno sfondo naturalistico formidabile. Nessuno dei candidati a sindaco ha nulla da dire a tal proposito?Del terzo luogo che incrociamo ha scritto Paola Pottino su Repubblica. Parliamo del Castello di Maredolce e del fu parco della Favara. Ha davanti una schiera di negozi, si trova in via Giafar, a trecento metri dalla parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio, dove trascorse gli ultimi suoi anni, prima di essere ucciso dalla mafia, don Pino Puglisi. In quel quartiere sono nato e cresciuto, la casa dei miei genitori sorgeva a poche decine di metri dal vicolo che porta al castello. Da quando avevo dieci anni, correvano i primi anni settanta, sento parlare del recupero completo del castello, della sua fruibilità, dei vantaggi economici che potrebbero arrivare al rione dai flussi turistici con il maniero totalmente restaurato, con il rifacimento del parco e del lago che prima l’attorniavano. Sono trascorsi 43 anni. Passando da piazza dei Signori si vede solo un pezzo di castello, a causa della schiera di negozi sempre presenti, i lavori di recupero non sono ancora terminati, il lago e il parco sono storie lontane nel tempo. Scrive Paola Pottino che i visitatori non possono attualmente accedervi per ragioni di sicurezza. Se si fosse fatto in tempo, perché il tempo c’è stato, si poteva inserire il tutto — palazzo, lago e parco — nel percorso arabo-normanno.Ricapitolando, tre storie, tre luoghi. Una stazione di cui rimane traccia solo nel film e nelle foto. Un ex porticciolo malato, dove al momento è possibile ammirare pure un accampamento di roulotte, che rischia di andarsene stritolato fra polemiche e incuria. Un castello, senza più il suo lago, monco del suo parco, privato di visitatori, in una delle tante periferie più o meno abbandonate di questa città che va al voto in primavera. 

sabato 4 marzo 2017

Elezioni Palermo. La distanza tra le discussioni sulle alleanze e gli interessi dei cittadini.

La Repubblica Palermo 
3 marzo 2017
Campagna elettorale a Palermo. Più veleni che programmi chiari per la città. 
Francesco Palazzo

A Palermo le candidature civiche a sindaco guidano la corsa e i partiti vanno al rimorchio. Più confusi che persuasi. Siamo sempre laboratorio come viene annunciato o è soltanto un nuovo vestito su storie vecchie? Vedremo. Intanto si registra un fatto abbastanza evidente. Il centrodestra del 61 a zero, ma anche quello delle vittorie di Cammarata, non esiste più. Il suo elettorato si spalmerà sui tre candidati più accreditati, Orlando, Ferrandelli e Forello. I cinque stelle, pur non facendo accordi con nessuno, drenano voti trasversalmente un po’ da tutte le parti. Gli altri due candidati, provenienti come estrazione dal centrosinistra, hanno dichiarato che il loro riferimento non sono le forze politiche organizzate ma Palermo e che chiunque sposi questo approccio civico è sostanzialmente il benvenuto. Del resto, quello che interessa ai cittadini, quando si tratta di governare una comunità, non sono le alchimie politiche, quelle infuocano una parte molto ristretta del mondo politico, ma se le virtuosità di cui sono piene le campagne elettorali avranno poi un riscontro concreto. Antonio Fraschilla su queste pagine, il 16 febbraio, ci ha mostrato che biografie del vecchio centrodestra, con il conseguente elettorato, si stanno spalmando in maniera trasversale. Del resto, non poteva che accadere così, visto che berlusconiani e destre non hanno per Palermo alcun progetto e nomi da spendere. Si è sempre detto, in casa del centrosinistra palermitano, che per vincere occorreva pescare in altri bacini elettorali. Considerazione ovvia. Questo è quanto sta avvenendo, abbastanza alla luce del sole. La dote più apprezzabile di chi vuole governare è quella di convincere più gente possibile della bontà del proprio percorso. Allora, francamente, non si capisce la fatwa che da diversi ambienti si è calata sull’accordo che Ferrandelli ha fatto con Micciché e Cantiere Popolare.Talvolta il furore quasi religioso prevale sull’analisi della politica, che invece deve essere laica. Per tutti valgono le stesse regole. Si valuteranno le liste, quando si conosceranno nella loro completezza, ed ancora è presto, e i programmi, nel momento in cui passeremo dai titoli allo svolgimento nel dettaglio durante la campagna elettorale. Senza fare del sospetto, perché è una pagina che dovremmo esserci lasciata alle spalle, l’anticamera della verità. E poi, ovviamente, si seguirà il percorso del sindaco eletto e della sua squadra e si esprimeranno giudizi sulle cose fatte in coerenza con quanto promesso prima del voto. Sperando che i programmi non diventino militi ignoti, come accade quasi sempre, dopo la chiusura delle urne. Le carte della politica palermitana, come riflesso anche della fase politica nazionale, dal 2012, anno delle ultime elezioni amministrative nel capoluogo siciliano, si sono molto rimescolate. Occorre prenderne atto e navigare a vista. In realtà, le due candidature che cinque anni fa si affrontarono al ballottaggio, presentano più elementi di somiglianza che di differenza. A prescindere dagli slogan elettorali, che indicherebbero ragionamenti corali (“Facciamo squadra” e “Solo per i palermitani”) si vedono in campo al momento due singolarità. Sia al Golden che al Politeama strapieni abbiamo visto solo i leader parlare. Andando al quaglio, la domanda è la seguente. Cosa devono aspettarsi i cittadini di questa città nel quinquennio 2017-2022? La città sarà più pulita, i marciapiedi saranno riparati, rispunteranno quei bei cuscini blu elettrico sulle panchine del foro italico, i trasporti funzioneranno meglio, le circoscrizioni serviranno a qualcosa oltre che essere un costo, spariranno i posteggiatori abusivi, la Favorita chiuderà, ci sarà una chiusura permanente sull’asse Piazza Croci-Stazione, saranno attenzionate le sacche di povertà, si metterà mano all’illegalità diffusa, le periferie saranno curate, i servizi saranno efficienti e rapidi? E potremmo continuare. La politica, per i cittadini, è tutto questo e tanto altro. È vita quotidiana che l’azione amministrativa, qualsiasi sia la casacca che indossi, deve rendere più semplice e decente utilizzando al meglio le risorse finanziarie pubbliche. Il resto è solo fumo.

domenica 5 febbraio 2017

Palermo, la cultura quotidiana che serve, intanto, a noi.


La Repubblica Palermo
4 febbraio 2017 - Pag. I


La cultura che serve alla capitale della cultura
Francesco Palazzo

Con la cultura, intesa però nella sua accezione a 360 gradi, si mangia eccome, lo ha ben sottolineato giovedì Enrico del Mercato. Si possono fare tavolate che non finiscono mai. Palermo, capitale della cultura lo è da secoli e lo è, non ce ne vogliano le nostre ultime contendenti, al cospetto delle più grandi città italiane, europee e mondiali. E lo siamo stati, se guardiamo la storia recente, negli anni della primavera.Va detto che questo riconoscimento premia più quello che siamo attualmente che ciò che possiamo diventare, ossia delle capacità in larga parte inespresse. Il termine cultura ha variegate sfaccettature. Riguarda il mondo culturale in senso stretto, ma concerne pure l’offerta turistica riguardo ai siti e quella ambientale riguardo al territorio, attiene al mondo della politica e ai comportamenti di ciascuno. Messa così dobbiamo chiederci quali forature dobbiamo riparare per essere, oggi e domani, per noi stessi prima che per gli altri, capitale della cultura. Mentre apprendevo che Palermo prendeva questa medaglia ero a Catania. Per recarmi dal centro all’università e tornare, ho preso, non attendendo più di tre minuti, il bus circolare BRT1. Collega, dalle 5 alle 24, il centro alle periferie in continuazione, le attese vengono annunciate da pannelli elettronici e la stessa cosa accade per le altre linee. Tornato a Palermo dopo le 21, e non è la prima volta, il deserto. Per andare dall’altra parte della città non c’erano più in giro 101, riesco a prendere l’ultima 107 che parte alle 21 e 25. Qualche giorno prima, di mattina, avevo visto tre 101 dirigersi incolonnati verso la stazione, intralciandosi a vicenda. Allora il primo obiettivo che dobbiamo centrare è la cultura dell’organizzazione. Inutile avere tre mezzi in carovana alle otto e nulla dopo le 21 e 30. Occorre perseguire anche la cultura della puntualità e della certezza. I palermitani, in primo luogo, e i turisti devono sapere quanto aspetteranno i bus. Organizzazione e puntualità si possono applicare a tanti ambiti, sono ingredienti non secondari per essere capitale di qualsiasi cosa. Cultura è l’offerta turistica che si propone. La decennale esperienza de “Le vie dei tesori” aspetta di essere presa in carico dall’amministrazione per diventare un dato certo e spalmato su tutto l’anno. Andando in giro per Palermo non si trovano audioguide neanche a pagarle a peso d’oro. Cosa ci sarebbe di più affascinante che girare lo sterminato centro storico di Palermo accompagnati da un’audioguida o da guide in carne e ossa non a prezzi esorbitanti? Si può prendere esempio, ne abbiamo scritto, dalla FVG card triestina. La cultura è fruizione dell’ambiente cittadino. Si dirà che si è proceduto con diverse pedonalizzazioni. Ma, sinora, e qui possiamo tornare a Catania, dove la piazza davanti al duomo è stabilmente negata alle auto, come la via adiacente sino alla successiva piazza e continuando per un bel pezzo di via Etnea, a Palermo non si riesce a fare nell’asse centrale Libertà — Ruggero Settimo — Maqueda, nulla di veramente definitivo. Poi c’è la cultura del far rispettare le regole ovunque. Attualmente solo nel perimetro ZTL avviene, nel resto della città si può fare sostanzialmente quello che si vuole. Uno spaccato che determina la cultura di una città è la cura che si riserva alle periferie. Che non è la pulizia straordinaria di fine legislatura e deve pure dare conto di cosa è il decentramento, ossia a cosa servono, senza poteri, le circoscrizioni che andremo a eleggere tra qualche mese. Cultura è pure tenere pulita la città in ogni luogo, non solo limitarsi a superare l’emergenza dell’immondizia. Insomma, cultura è porre in essere delle cose che durino, non puntare soltanto sui grandi eventi. Le opportunità del 2017, Palermo città dei giovani, e del 2018, Palermo città della cultura, possono diventare dei formidabili moltiplicatori solo se trovano il terreno adatto. E ancora non ci siamo. Fatevi un giro per le strade centrali, troverete i marciapiedi in condizioni pessime. Dobbiamo chiederci che tipo di cultura della bellezza comunica questa evidenza, non ai turisti ma ai palermitani. Perché dobbiamo sviluppare il discorso culturale intanto per noi. E se noi ci piaceremo sempre di più saremo graditi anche agli altri. Pure dal 2019 in poi, quando si saranno spenti i riflettori. Palermo negli ultimi anni è un po’ migliorata, non ci voleva molto dopo il decennio precedente, dunque l’autostima di cui si parla deve ancora fare tanti chilometri. Resta da chiedersi cosa intendono fare tutti i cittadini per migliorare la loro cultura civica. Le istituzioni possono fare molto, ma tanto è nelle mani dei palermitani. Infine, dobbiamo chiederci se tra di noi, prima che agli occhi degli altri, la cultura mafiosa è davvero sconfitta, cioè se è vero che la mafia non comanda più. Direi che c’è molto da lavorare. Non riverniciando slogan per apparire più attraenti agli altri. Lo stato culturale di una città si misura lontano dai riflettori, quando non si indossa il bel vestito domenicale e si inforcano gli abiti della quotidianità. Questo è un premio, il più bello e significativo, che solo noi, comunità di uomini e donne, possiamo darci.

domenica 29 gennaio 2017

L'ora legale, un bel film mai visto in Sicilia nella realtà.

La Repubblica Palermo
28 gennaio 2017 - Pag. I
Il film mai visto sulla coerenza delle promesse elettorali

Francesco Palazzo

Dal bel film di Ficarra e Picone, L’ora legale, si possono trarre diversi spunti ma una stessa reazione finale interdetta dal punto di vista dello spettatore che si aspetterebbe un lieto fine. Anche le risate non sono mai piene ma impastate insieme alle constatazioni amare sul malcostume che imperversa tra gli stessi astanti a varie latitudini e intensità. Alla fine cala il gelo sul the end. Nessuna assoluzione, niente alibi. Nemmeno per la politica virtuosa. Che scappa a gambe levate alle prime difficoltà. Ma soprattutto nessuna semplice via d’uscita per i cittadini. Ciascuno sbuca dalla proiezione con le proprie domande irrisolte, con le personali incoerenze e contraddizioni tutte da chiarire con se stesso. Il passaggio che più mi ha colpito è la frase pronunciata da un’elettrice delusa che richiama tutti alla lettura attenta di quello che era il programma del candidato. Era tutto scritto lì, il sindaco eletto stava realizzando punto per punto tutto ciò che aveva promesso. Solo che, lo sappiamo, di programmi elettorali teorici e altisonanti son piene le fosse. È come se si realizzasse un patto tacito tra corpo elettorale e candidati. I programmi e le promesse sono una cosa, la realtà un’altra. È un vero peccato che le leggi elettorali non prevedano, per chi concorre alle massime cariche, che si debba mettere nero su bianco nelle schede elettorali le dieci cose più importanti da realizzare se eletti, obbligando le amministrazioni in carica a prevedere, sin dall’inizio del mandato, scadenze e modalità precise per singola voce da inserire in bella evidenza nei siti web. Non prima di averne ufficializzato l’esistenza davanti ad un garante terzo. Per dire, visto che abbiamo le elezioni comunali a Palermo tra qualche mese, mi chiedevo quale era nel 2012 il programma elettorale dell’amministrazione in carica. Ho fatto una ricerca sul web e non sono riuscito a trovarlo. Allora ho pensato che sicuramente ne avrei potuto scaricare una copia dal sito del Comune. Ma, a meno di non aver cercato male, non mi pare che ci sia traccia di ciò. Per carità, magari la giunta che governa la città da cinque anni ha osservato scrupolosamente quanto aveva prospettato proponendosi all’elettorato palermitano. Ma non essendoci un documento ufficiale intorno al quale confrontarsi in contraddittorio, è difficile stabilire la coerenza della tabella di marcia quinquennale con quanto era stato preventivato. Ricordiamo vagamente, ma attendiamo conferme o smentite da chi ha in mano il programma elettorale o lo rammenta meglio, una chiusura del Parco della Favorita, che doveva diventare il corrispettivo del Teatro Massimo come immagine e simbolo. Un’altra cosa che ci viene in mente è che da Piazza Croci alla fine di via Maqueda doveva estendersi una lunga isola pedonale. Ma pensiamo al futuro. Non sarebbe male se i tre candidati più accreditati, Orlando, Ferrandelli e Forello ci fornissero, ben prima di inondarci di candidati al consiglio comunale e alle circoscrizioni, sulle cui qualità siamo pronti a mettere la mano sul fuoco, dieci punti programmatici ciascuno e li sottoscrivessero, accompagnati da un cronoprogramma, durante un dibattito pubblico, impegnandosi a inserirli sempre in piena evidenza sul sito istituzionale se eletti, in modo che si possano controllare azioni e tempi. Tornando al film di Ficarra e Picone, ho l’impressione che, nella realtà concreta, quasi mai si contrappongono azioni politiche legalitarie rivoluzionarie e innovatrici da parte di illuminati amministratori e ardue resistenze da parte degli amministrati che vogliono difendere i loro orticelli. Le cose sono molto più complesse. Da entrambe le parti, ci pare, sia da chi si propone come il nuovo e dall’elettorato che intende cambiare tutto appoggiando il nuovo, è una bella gara a misurare, nei fatti, incoerenze e parole al vento. Nessuno scappa dai palazzi del potere, per troppa coerenza, come il sindaco di Pietrammare. E non si intravedono masse di elettori delusi che si presentano in massa a chiedere conto delle troppe rigidità legalitarie. Almeno in Sicilia è un film che non si è mai visto.

sabato 21 gennaio 2017

Elezioni Palermo 2017 e Addiopizzo. La rivolta civile che dà energia alla politica.

                   Repubblica Palermo
                20 gennaio 2017 - Pag. I

                Da attacchino Addiopizzo a candidato sindaco: segni di cambiamento.
                Francesco Palazzo

Quante possibilità avevano i sette ragazzi, freschi di laurea, che nella notte tra lunedì 28 e martedì 29 giugno del 2004 riempirono il centro di Palermo dei manifestini con il famoso slogan («Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità») di immaginare che uno di loro, dopo dodici anni, avrebbe potuto puntare a Palazzo delle Aquile? Nessuna. Così è accaduto, anche se quegli attacchini hanno fatto molta strada. Impossibile per i partiti tradizionali valorizzare un’esperienza di questo tipo.Si dirà che la procedura con la quale il Movimento 5 stelle è arrivato a designare il candidato a sindaco di Palermo ha registrato un numero esiguo di votanti (590), se solo si pensa alle folle che ogni volta hanno gremito i gazebo delle primarie. Nel 2012 per decidere il candidato a sindaco del centrosinistra ci furono quasi trentamila elettori, nel 2007 circa ventimila. Ma ciò non toglie, come recentemente ha fatto notare Emanuele Lauria su queste pagine, che tra le file dei grillini si contano tanti quarantenni, sino a questo momento rimasti ai margini della politica, che vogliono comunicare delle idee a questa città. Ma la vera cifra della scelta del popolo grillino, il forte valore aggiunto della candidatura dell’avvocato Salvatore Ugo Forello (uno dei sette di quella notte del 2004) allo scranno più alto di Palazzo delle Aquile è che l’antimafia, senza per questo volere ridurre il prescelto a una sola dimensione, entra dalla porta giusta, la politica, nell’agone politico delle amministrative in programma nella prossima primavera.Questa la novità. Sinora, infatti, abbiamo fatto i conti con uno schema molto simile a quello della tornata elettorale del 2012. Non preventivato, invece, nemmeno tra i Cinquestelle, se non negli ultimi mesi, che potesse emergere nel flusso politico palermitano una fiche che avesse queste caratteristiche. Che aiuta, peraltro, gli stessi Cinquestelle ad archiviare, almeno da un punto di vista politico e agli occhi dell’opinione pubblica, l’affaire delle firme, che rimarranno oggetto di attenzione su altri versanti che non riguardano la politica. Per dirla tutta, a prescindere dall’espressione di voto che ciascuno in primavera consegnerà al proprio seggio, che uno dei fondatori di Addiopizzo sia candidato a sindaco è una buona notizia per Palermo. Lo è perché la criminalità organizzata, oltre che dire ancora pesantemente la sua nel versante sociale e in quello economico, è presente, come evidenziato giovedì da Antonio Fraschilla e Salvo Palazzolo su queste colonne, certo non da sola, nel mercato elettorale in tanti quartieri in vista del rinnovo del Consiglio comunale e delle circoscrizioni. Schematizzando. Siccome la mafia, usando una locuzione abusata, è viva e lotta insieme a noi, una candidatura che proviene da un movimento che si è sempre battuto sul versante opposto, privilegiando un’antimafia dei fatti, anche se Forello per la sua scelta politica ha differenziato il suo percorso rispetto a quello di Addiopizzo, non può che far respirare meglio un po’ tutti. È vero, per amministrare una città si devono percorrere i tornanti della gestione delle cose concrete, occorrono competenze sui singoli rami d’azione, ci vogliono le capacità di mettere le persone giuste al posto giusto, è necessaria la conoscenza approfondita di una città complessa come Palermo. Su questi aspetti tutti gli attori in campo si misureranno privilegiando — speriamo — il versante della chiarezza. Sinora Palermo non è emersa nel dibattito. Hanno prevalso tatticismi e politica politicante. Chi si allea con chi, chi pone veti, chi non sa cosa fare e chi attende risposte. Ma abbiamo l’impressione che l’emergere di questa candidatura grillina, proprio per l’ambito che evidenzia nello spazio politico palermitano, toccando un punto che vorremmo lasciarci alle spalle ma ancora non ce la facciamo, potrà, oltre che rappresentare una valida opzione in campo, far convergere un po’ tutti nel delineare il futuro di Palermo. Che ci auguriamo possa essere quello di una città moderna, pulita, che sappia valorizzare le periferie, dove ci si muova meglio e non soltanto al centro, in cui la cosa pubblica e i denari di tutti siano gestiti sempre più con trasparenza ed efficacia. Ma, su tutto, una città veramente libera dall’ipoteca mafiosa e dall’illegalità diffusa.

giovedì 12 gennaio 2017

Lo strano e unico caso tra il Partito Democratico palermitano e Palazzo delle Aquile.

                 La Repubblica Palermo
                    11 gennaio 2017

       L'anomalo PD palermitano che  non riesce ad avere un suo sindaco

                   Francesco Palazzo

 C'è un'anomalia nella politica italiana, il Partito democratico palermitano. Le elezioni comunali sono vicine e il classico malanno viene fuori come un male di stagione mai curato. Parliamo di un dato che viene da lontano. Il punto è che questo partito, da quando era Pci, poi Pds, quindi Ds e adesso Pd, non ha mai ottenuto una visibilità tale da poter accedere con propri nomi allo scranno più alto di Palazzo delle Aquile. Nella Prima Repubblica, a parte le regioni rosse, in città come Napoli, Roma, Torino e Venezia ci sono stati sindaci comunisti. Nella piccola Aosta ben tre sindaci falce e martello. Nella Seconda Repubblica, da quando si eleggono direttamente i sindaci, il quadro comparativo è disarmante. Cominciamo dal Sud. A Reggio Calabria, dal 1993, il Pds-Ds-Pd è stato protagonista, con propri iscritti, di tre vittorie. In Basilicata, a Potenza, dal 1995 al 2014 il Pds-Ds-Pd ha vinto tre volte con propri esponenti. A Bari il Pds-Ds-Pd dal ’93 a oggi vince con propri dirigenti quattro elezioni. Nel Molise, a Campobasso, dal 1995 a oggi, il Pds-Ds-Pd ha vinto tre volte la carica di sindaco con propri tesserati. Inutile ricordare le esperienze dei sindaci di Napoli e Roma. In Abruzzo, nel capoluogo L’Aquila, dal 1994 a oggi ben tre sindaci rappresentanti del Pd e suoi antenati hanno guidato la città. Lasciamoci alle spalle la zona rossa. La storia non cambia. Sia su Venezia, che su Trieste, passando per Trento e Bolzano, poi considerando Milano, Torino e Aosta, potremmo scrivere le stesse cose evidenziate in dettaglio per le altre città. Se ci trasferiamo a Cagliari, il sindaco attuale è stato esponente del Pds e dei Ds, sostenuto dal Pd in una coalizione di centrosinistra. La musica non cambia in Sicilia. Palermo per il Pd costituisce sempre uno scenario a parte. Lasciando perdere la rossa Enna, attualmente è sindaco dell’altra importante città sicula, Catania, un rilevante esponente del Pd. A Caltanissetta dal 1997 a oggi il Pds, i Ds e il Pd hanno vinto quattro volte le elezioni, tre volte sostenendo propri tesserati. A Siracusa il sindaco appartiene al Pd. Ad Agrigento, nel 2012, è eletto sindaco uno dei dem. A Trapani per due mandati, dal 1993, è stato eletto un dirigente pds. A Ragusa, dal 1994 al 1998, il sindaco è stato uno del Pds. A Messina nel 2005 vince le elezioni un dirigente della Margherita, che poi sarebbe confluita nel Pd. Nel 2013 il Pd al primo turno è arrivato quasi al 50 per cento con un proprio uomo. Come si vede, quella del Pd palermitano è una vicenda unica. Una debolezza mai affrontata sul serio. E non si tratta di presentare o meno il simbolo. Bisogna vedere come e perché lo fai. Se è un atto di forza o di debolezza. Nel 1990, con Insieme per Palermo, fu un atto di subordinazione nell’attesa, vana, che Orlando aderisse alla lista. La Dc fece il pieno e gli omini che si tenevano per mano conobbero una sconfitta cocente. Togliere il simbolo del Pd dalle prossime amministrative, come imposizione esterna, tornerebbe a essere un gesto non di forza. Invece, nel 1993, la lista Ricostruire Palermo, con dentro il Pds, aveva un senso, cosi come quando nel 2001 si diede vita alla lista Per Palermo, con dentro i Ds, c’era una prospettiva politica, anche se disperata, visto che il centrosinistra andava incontro a un cappotto umiliante. E il problema non è neppure Orlando: lui ha sempre fatto il suo, rimediando alla fragilità del Pci e dei suoi eredi. Quando il Pd panormita avrà il coraggio di metterci la faccia, con un proprio dirigente di peso, non con improbabili papi esterni, per la poltrona più importante della politica palermitana? Se si gioca sempre fuori casa ci si fa strapazzare malamente.In ogni caso, comunque vadano le cose in primavera, dopo questa legislatura ci sarà il momento in cui cadrà il dilemma Orlando sì o no. Dunque il cammino va iniziato subito. Il più grande partito italiano non può permettersi ancora per molto tempo di non provare a pesare la propria storia e la propria idea di città nel quinto comune d’Italia. Gestire sconfitte o vittorie altrui è un modo triste di vivere la politica. Quella che manca al Pd di Palermo è una storia. Non è colpa di quelli di adesso, perché una storia si tesse nel tempo. Quando comincerà il Pd a costruirne una a Palermo finendo di essere un’anomalia nel panorama politico italiano?