venerdì 23 giugno 2017

Antimafia: sicurezza ed estetica. Palermo non è Stoccolma.

La Repubblica Palermo
22 giugno 2017

I lavori in corso al palazzo di giustizia se la sicurezza prevale sull'estetica

Francesco Palazzo

 Quando entrano in conflitto sicurezza ed estetica bisogna sempre contestualizzare. Una cosa è mettere nel calderone della polemica questi due aspetti a Stoccolma, un'altra discuterne a Palermo. E, visto che non siamo in Svezia, dobbiamo chiederci se devono più preoccuparci i timori di un magistrato come Roberto Scarpinato oppure le, ragionevoli e per carità rispettabili, critiche di insigni urbanisti e architetti palermitani. Ci riferiamo alla polemica in corso sui lavori dentro la cittadella giudiziaria. Si stanno collegando palazzine con dei passaggi in vetro blindato e ferro, interrompendo in quei tratti la viabilità che era stata virtuosamente progettata e realizzata. Si dice che tali collegamenti già esistono nei sotterranei e in alto e che non c'era bisogno di crearne altri. Ma, evidentemente, se i lavori sono stati approvati vuol dire che le motivazioni della sicurezza hanno avuto, giustamente, il sopravvento su altre pur fondate ragioni. Afferma Scarpinato che, viste le minacce degli ultimi tempi, si deve ricorrere a tali ulteriori schermature. Quando verranno meno le preoccupazioni, continua, che non possiamo che ritenere gravi e presenti, vista l'autorevolezza del magistrato che parla, si toglieranno tali ulteriori passaggi protetti. Ora, tenuto conto che comunque il sito complessivamente manterrà la sua fisionomia, dobbiamo riflettere, come società civile, più che sull'estetica sul fatto che ancora vi siano magistrati così esposti. Tanto da non poter star sicuri sin dentro il palazzo di giustizia più protetto d'Italia. E, di rimando, se ci rimane tempo dopo la polemica che ci impegna, focalizzare la circostanza che ci sia ancora una criminalità organizzata così forte da minacciarli sin lì. Infine, altri due rilievi. Il primo si riferisce all'affermazione che la cittadella giudiziaria è stata così concepita perché devono essere i cittadini a proteggere i giudici. Bella prospettiva. Se fossimo appunto a Stoccolma. A Palermo, con tutto il sangue che abbiamo alle spalle, sembra più un auspicio, posizionato chissà in quale futuro. Inoltre si ritiene, ed è vero, che tale opera urbanistico-architettonica ha ridisegnato, e non si può negare, un nuovo rapporto tra i luoghi dove si amministra giustizia e la città, riqualificando la zona. Anche se qualche dubbio si può avanzare. Il mercato del Capo è a due passi, non sarà difficile per nessuno notare che, più o meno a tappeto, regna il far west dal punto di vista dei titoli d'acquisto, più volgarmente detti scontrini fiscali. Difficile uscire con sacchetti pieni di spesa e i corrispettivi pizzini attestanti l'esborso. Alcuni esercizi commerciali non hanno neppure la cassa da dove fare uscire i mitici pezzetti di carta. Estendendo lo sguardo a tutto il quartiere non è che si possa dire che la bellezza trionfi in maniera lampante sol perché si è insediato un manufatto di pregio. A Palermo le cose sono complicate, per usare un eufemismo. A pochi passi dal Palazzo di Giustizia è stato ucciso platealmente a legnate un penalista. Teniamo dunque in considerazione estetica, assetto architettonico e visione urbanistica. Ma non dimentichiamo tutto il resto.



venerdì 16 giugno 2017

Una lettura delle elezioni a Palermo guardando al futuro.

La Repubblica Palermo 

15 giugno 2017

L'eterno sindaco, la mezza città delusa e cinque anni per immaginare il futuro

Francesco Palazzo

Vincono a Palermo gli elettori muti, perdono i grillini. Ha la meglio il sindaco, che mette insieme liste forti. Riuscendo a parlare a tutti i quartieri di Palermo, che però per metà se ne sta a casa. Nei prossimi cinque anni vanno rimesse assieme queste due parti di città. Pur con una moltitudine di candidati, in troppi hanno disertato. Forse per una legge elettorale astrusa. Ci voleva molto a inviare i due facsimile per famiglia e spiegare bene come votare? Parliamo della qualità nella formazione del consenso. Ma ci sono questioni più concrete dietro lo scontento. Molti problemi di questa comunità sono tali da decenni. E non è indicando i governi di centrodestra che si giustifica il non fatto. Sia nei cinque anni di adesso, sia negli anni Novanta. Quando c'erano più consenso e più soldi. Ferrandelli, con un buon risultato, ha tenuto viva la partita. È giovane, ha un progetto e, a fronte dei tanti che si sono nascosti ancora una volta sotto il mantello orlandiano, ci ha messo nuovamente la faccia. In politica è una virtù. Anche se le sue liste non hanno funzionato tutte bene. Forse si sarebbe avvantaggiato se avesse tenuto ferma, nell'avvicinamento al centrodestra, la barra del civismo. Terreno dove Orlando è invece stato più deciso, vincendo in questo campo le elezioni. Ho avuto l'impressione che Ferrandelli non ha mai sentito suo questo schieramento, e una parte di elettorato, quella decisiva, lo ha capito. Non c'è stato in tutta la campagna elettorale un momento pubblico comune. Si è evitata la chiusura in piazza della campagna elettorale per togliere tutti dall'imbarazzo. Quando si prende una strada, va percorsa sino in fondo. Altrimenti perdi da una parte e dall'altra. Il listone con dentro il PD, sommato al grande passo falso dei Cinquestelle, consente a Orlando il colpo di reni per farcela al primo turno. Forello non è riuscito a scaldare i palermitani. I grillini devono superare lo schematismo. Non puoi presentare, anche se il cocente cappotto non ha solo questo movente, una sola lista con una legge elettorale simile. Il PD lo vediamo con il cannocchiale. I democratici dovranno fare un ragionamento su Palermo. Con idee e persone nuove. Dopo quasi quarant'anni, nel 2022, non ci sarà più la coperta di Orlando a coprire la loro storica e mai risolta debolezza sul suolo palermitano. L'eterno sindaco, dunque, inizia questo mandato essendo espressione di una parte abbastanza ristretta di elettorato. Deve ricordarselo. Poiché è al suo ultimo giro, non avrà più alibi. Se guardiamo al programma del 2012, molto è rimasto sulla carta. Poche cose sono state fatte. Il resto si è appoggiato sulle capacità del sindaco di valorizzare la sua azione e la sua persona. Ma c'è anche il futuro. Da qui al 2022 il compito, per la politica palermitana, è quello di scoprire nuove figure che possano prendere in mano la pesante eredità, da qualsiasi lato la si guardi, orlandiana. Palermo dovrà immaginare il futuro senza una presenza che ha avuto tanti risvolti positivi ma che ha anche reso difficile, impossibile in alcuni passaggi, il ricambio generazionale. Di cui questa città ha bisogno. Perché ai cinquemila giovani palermitani che vanno via ogni anno per sempre, una risposta credibile e duratura bisogna pur darla. E non rimarranno, né torneranno, solo perché chiudiamo qualche pezzo di strada e ci passeggiamo sopra.

domenica 4 giugno 2017

Dibattito sul Parco della Favorita - 6 giugno 2017 - ore 17 e 30 - Palermo



Associazione Scuola di Formazione etico – politica “Giovanni Falcone”

IL PARCO DELLA FAVORITA
Idee a confronto
6 giugno ore 17,30/20 - Chiesa di S. Giovanni Decollato – Piazzetta S. Giovanni Decollato (a due passi dalla Cattedrale, adiacente alla Piazza Bonanno e accanto alla Squadra Mobile)

Saluti di Augusto Cavadi – Presidente Associazione Scuola di Formazione etico-politica Giovanni Falcone

Introduzione
Come utilizzare al meglio il Parco della Favorita
Giuseppe Barbera - Professore ordinario di Colture Arboree 
(Università di Palermo)

Interventi

Riccardo Agnello (Presidente Associazione Salvare Mondello), Rosanna Pirajno (Vice Presidente Fondazione Salvare Palermo), Geri Presti (Vicepresidente Parco Uditore Cooperativa Sociale), Giovanni Provinzano (Direttore Riserva Naturale Orientata “Monte Pellegrino”), Fabio Corsini, Marco Lampasona, Nicola Tricomi (Consiglio Direttivo del Comitato “La Domenica Favorita”).

Sergio Marino (Assessore parchi, verde pubblico, giardini storici ed aree protette del Comune di Palermo), Aldo Penna (Assessore designato al Verde dal candidato a sindaco Ugo Forello), Carmelo Sardegna (Assessore designato all’ambiente dalla candidata a sindaco Nadia Spallitta), Nicola Macaione (candidato al consiglio comunale a sostegno del candidato a sindaco Fabrizio Ferrandelli), Gaetano Simile (candidato al consiglio comunale a sostegno del candidato a sindaco Ciro Lomonte). 

Interventi dal pubblico

Modera Francesco Palazzo – Editorialista de La Repubblica Palermo

mercoledì 31 maggio 2017

venerdì 12 maggio 2017

L'antimafia difficile. E quella facile.

La Repubblica Palermo 
11 maggio 2017
Manuale per una seria antimafia al tempio dell'antimafia di cartone
Francesco Palazzo

Quest'anno ricorrono i 25 anni delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Di strada se ne è fatta tanta. Alcuni studiosi sono sicuri nel dire che la mafia non ha vinto, che non abbia sempre la meglio e che non sia dappertutto. Ci sono ragioni per sostenere ciò. Ma, nello stesso tempo, si vede un'antimafia in crisi. C’è chi addirittura propone di mandare in archivio il termine stesso. C’è chi prova da quarant’anni (vedi l’intervista di domenica 7 maggio a Umberto Santino di Salvo Palazzolo), a percorrere una strada non legata al sensazionalismo e all'emotività. Che riconosce i passi in avanti, senza per questo parlare di mafia completamente sconfitta o ininfluente, e non nega i passi falsi dell’antimafia, senza fare di tutta l’erba un fascio. È nato nel 1977 il Centro Siciliano di Documentazione poi intestato a Giuseppe Impastato. Nel difendere e promuovere la biografia dell'attivista politico di Cinisi, troviamo una prima traccia per un'antimafia dalle basi solide. Il centro è stato protagonista in questa storia, sia dal punto di vista giudiziario che politico. Dopo I cento passi è facile parlare di Impastato. Non lo era nel 1978. Allora, una prima cosa che può essere utile all'antimafia è lavorare non sulla mera condanna della criminalità organizzata, ma sull’individuazione di contesti precisi spendendosi per essi. Ma non basta. Ci vuole l'analisi, capire cosa è la mafia, non in generale, ma proprio indagarla nei suoi aspetti operativi e organizzativi, territorio per territorio, altrimenti si rischia di girare a vuoto. Il Centro Impastato, ecco un’altra pista per un’antimafia non di cartone, ha fornito studi e interpretazioni del fenomeno mafioso. Contemporaneamente c’è stata la militanza attiva. Pensare sì, per l’antimafia, ma anche agire, sporcarsi le mani. Un altro aspetto che ha contraddistinto la realtà fondata da Santino e Anna Puglisi sono i soldi pubblici. Siccome non condividono le modalità con le quali vengono assegnati i finanziamenti, si sono tenuti fuori. Tanti denari girano nell'associazionismo, non soltanto antimafia. Non di rado sono state scoperchiate situazioni che hanno lasciato l'amaro in bocca. Un altro che non voleva soldi pubblici era don Puglisi. Con le scarpe bucate e l’auto scassata fece molta paura alla cosca di Brancaccio, sino alle estreme conseguenze. Le amministrazioni pubbliche, per evitare di elargire somme senza criterio, potrebbero fornire solo beni e servizi per singole attività. In modo che quanti vogliono lavorare possano farlo. Un esempio ci viene dalla recentissima La via dei Librai. Il comune ha fornito diversi presidi per la riuscita della manifestazione. Il volontariato benedetto da fondi a pioggia rischia di creare stipendifici e holding di potere, scatole vuote talvolta, con gente che si abbarbica a vita a rendite di posizione. Se non si è disposti a metterci gratuitamente anche del proprio, e i fondatori del Centro Impastato utilizzano una parte della loro casa per ospitare quella che oggi è una onlus, ci si deve chiedere perché lo si fa. Un altro pezzo di antimafia virtuosa è rappresentato dalla capacità di fare percorsi comuni. Il Centro, negli anni ottanta, si è impegnato nel coordinamento antimafia e nelle sue successive declinazioni. Ha anche, con altre realtà, avanzato richieste, vane, alle amministrazioni comunali affinché si individuasse un immobile per farlo diventare sede dell'associazionismo. In modo che si potessero mettere insieme e potenziare pratiche e saperi. Ha poi lanciato la proposta di un Memoriale Laboratorio della lotta alla mafia, che possa offrire una casa alle associazioni e un percorso storico del fenomeno mafioso/antimafioso. Il comune ha mostrato interesse, ma non abbiamo sinora visto risultati concreti. Infine, il Centro Impastato ci ha abituato ad una lettura più complessiva della società. La mafia non può essere affrontata come un singolo frammento, vive nella storia e stabilisce rapporti con gli altri agglomerati sociali: politica, società, economia, professioni, borghesia, ceti popolari. Che vanno studiati e compresi anch'essi se non si vuole guardare la multiforme realtà con un occhio chiuso e l'altro mezzo aperto. (Versione integrale con la parte finale non pubblicata per motivi di spazio). 

sabato 29 aprile 2017

La chiesa di Palermo, tra un rumoroso "scisma" improbabile e i veleni silenziosi della grande rinuncia.

La Repubblica Palermo 
28 aprile 2017

Il vescovo mancato tra silenzi e veleni
Francesco Palazzo
A questo punto, come diceva il famoso giornalista, la domanda sorge spontanea. Cosa sta succedendo nella chiesa palermitana? Non si sono ancora spente le fiamme di quello che questo giornale ha chiamato lo “scisma” di Romagnolo, ossia la vicenda che ruota attorno al parroco, o ex, Alessandro Minutella. Ne ho già scritto su questo giornale. Sinteticamente posso ricordare che la doppia disposizione, che sanziona un sacerdote per le sue idee e dispone sulla liceità di ascoltare un veggente, mi è sembrata discutibile nel metodo. Così come, non me ne vogliano i cattolici, ho trovato triste la partecipatissima veglia di preghiera per l’unità della chiesa palermitana in cattedrale. Formalmente per l’unità, sostanzialmente contro un parroco. Che può avere torto quanto volete, cari cattolici, e con lui tanti altri che non si allineano al magistero di Francesco, ma al quale deve essere consentito di esprimersi. Perché non è con i divieti e gli spostamenti che le idee buone entrano in circolo, ma per il solo fatto che sono buone, come ritengo siano quelle del pontefice e dell’arcivescovo che ha scelto per Palermo. Mi sono chiesto, dopo la veglia, quale altro parroco avrebbe avuto l’ardire di alzare il dito mostrandosi pubblicamente in disaccordo. Su questa vicenda di Romagnolo, che si è svolta tutta sul proscenio (dichiarazioni, filmati su YouTube, interviste ai fedeli e veglia sovradimensionata rispetto al problema che doveva affrontare), abbiamo registrato un fiume di posizioni sui social network da parte dei cattolici. Invece, dopo la notizia della possibile, quasi certa, rinuncia del vescovo ausiliario, abbiamo preso atto del totale silenzio, o quasi, fatto di imbarazzo ma anche di fastidio, del popolo dei fedeli che prima aveva a profusione sentenziato su don Minutella. Perché ciò è accaduto? Si ha come l’impressione che la vicenda di un semplice parroco, sul quale sono volate espressioni molto sopra le righe, sia servita ai credenti per non parlare delle più gravi ambasce della chiesa palermitana, che adesso portano alla rinuncia alla carica di vescovo, con firma papale già apposta, di don Giovanni Salonia. Che giustifica tale gesto, molto insolito, per non dire unico, con parole durissime. Si parla di “sentimenti negativi” che avrebbe suscitato nella diocesi la sua nomina e della decisione di non volere il proprio ministero a Palermo “inquinato”. Insomma, possiamo parlare, apertis verbis, di veleni che scorrono nelle vene della chiesa panormita, guida delle chiese di Sicilia. Che hanno trovato, al contrario di quanto accaduto con lo “scisma” di Romagnolo, modo di spargersi nel silenzio ma andando ben presto al bersaglio. Tanto che oggi parliamo non delle dimissioni di un sacerdote ma della rinuncia di un vescovo. Al quale vorremmo dire, poiché in questa città di veleni che hanno avuto il sopravvento ne abbiamo visti tanti, di ripensarci, di non lasciarsi travolgere dallo scoraggiamento. Chi scrive non lo conosce, ha saputo del suo spessore umano e teologico, e ritiene che possa essere utile alla chiesa palermitana, e di riflesso alla società di questa città, il suo apporto. Nello stesso tempo, non si può non chiedere, a quanti invece nel clero non sono spargitori di veleni, di prendere pubblicamente posizione. Affinché anche questa vicenda sia resa intellegibile così come lo è stata quella del prete della chiesa di periferia. E se proprio si vuole dimostrare unità, ora sì che ci vorrebbe, si ripeta quella veglia, questa volta per qualcosa e non contro qualcuno, e si facciano parlare tutte le membra della diocesi. Infine, a chi è stato chiamato a guidare questa comunità di fede, che però mette in moto dinamiche che interessano, come si vede, anche i fanti, oltre che i santi, e che lo sta facendo con intenzioni buone e sguardo limpido, ci sentiamo di rivolgere un appello. Ci dica cosa sta accadendo, Don Lorefice, visto che la chiesa si muove nello spazio pubblico. E, se ritiene opportuno farlo, difenda le ragioni, sicuramente ottime, che l’hanno portato a individuare il frate cappuccino come suo vicario. Una chiesa che mostri, ma chiaramente, senza silenzi eccessivi, il suo volto problematico può essere una buona compagna di viaggio anche per chi percorre altre strade.

mercoledì 26 aprile 2017

Il Parco della Favorita e le scelte della politica.

Repubblica Palermo
26 aprile 2017 - Pag. IX

Un sovrintendente per la Favorita da vivere
Francesco Palazzo
La prima notizia è che ai palermitani piace passeggiare in un grande parco. Come ai trentini, ai veneti e ai fiorentini. La seconda è che, molto probabilmente, i trentini, i veneti e i fiorentini già lo farebbero da generazioni se avessero a disposizione un gioiello come il parco della Favorita. La terza notizia è che invece ai palermitani ciò è consentito una tantum, come a quei bambini che improvvisamente vengono portati alle giostre. Dopo la contentezza unanime per la partecipazione ai primi tre appuntamenti, che certamente troverà conferma nelle prossime due domeniche del 7 e 21 maggio, rimane appesa una domanda. Vorremmo capire, e solo chi amministra la città e soprattutto coloro che si candidano a guidarla possono dircelo, cosa si vuole fare di un simile patrimonio. Diciamo concretamente, subito, abbassando i decibel delle promesse a lunga scadenza. Si intende riservarlo normalmente ad auto, motori, camion e ogni tanto aprire il luna park abbastanza scontato del divertimento e dell’orgoglio, oppure c’è un progetto? In questi cinque anni si era partiti con grandi propositi e si è atterrati a poche settimane dal voto con alcune mezze domeniche che lasceranno, più o meno, le cose come prima. È ovvio che certi provvedimenti, vale per la Zona a traffico limitato come per la Favorita, andrebbero presi a inizio legislatura e valutati man mano che esplicano i loro effetti. Non possiamo che augurarci che il vincitore delle elezioni di giugno passi, sulla Favorita, dalle parole ai fatti mettendo in campo, senza por tempo in mezzo, azioni che durino.L’idea di riempire il parco di contenuti, come si sta facendo in queste domeniche primaverili, è la strada giusta. Tra l’altro, ed è una formula vincente da non disperdere, sono virtuosamente al lavoro privati ed enti pubblici. Ma occorre una pianificazione che trasformi lo straordinario di pochi giorni in ordinario perenne. Alle nostre latitudini col vestito della festa siamo tutti bravi, ci blocchiamo quando dobbiamo passare alla quotidianità. Ma le città che funzionano bene raggiungono alti livelli nella ferialità. Il luogo potrebbe ospitare benissimo, visto che da noi c’è un’eterna estate-primavera, di tutto. È chiaro che ci sono problemi da affrontare. Primo fra tutti, quello dei collegamenti con la borgata marinara di Mondello. Che intanto, se vogliamo metterla dal punto di vista della convenienza, non potrebbe che agevolarsi commercialmente di un parco meta costante di visitatori. Si potrebbero immaginare navette continue tra la Favorita e Mondello, luogo anch’esso, fatti salvi i diritti dei residenti, che dovrebbe essere il più possibile preservato dalla presenza dei tubi di scappamento. Le strade alternative non sono poche: almeno quattro, compresa una comodissima autostrada. Il tutto andrebbe affrontato in un clima di dialogo a partire dal primo giorno della prossima amministrazione. Che non dovrà avere l’ansia da prestazione. Questo fatto di contare quanti vanno al parco, in una situazione di normalità, non dovrebbe interessare più nessuno. I palermitani, e i turisti, perché un parco aperto e pieno di contenuti, con un continuo collegamento con Mondello, sarebbe molto appetibile per i flussi turistici, avrebbero una nuova opportunità di vivere la città. Non penso che ogni giorno ad Hyde Park, uno dei nove parchi reali di Londra, o nei tanti giardini di Parigi facciano la conta dei presenti per vedere se conviene tenerli aperti. Questa è una logica molto provinciale. Della quale dobbiamo liberarci se vogliamo avvicinarci agli standard delle città europee. Aveva convinto molto lo slogan che il parco della Favorita doveva diventare, in termini di biglietto da visita, ciò che è stato, e che è, grazie all’abile direzione di Francesco Giambrone, il Teatro Massimo. Allora si potrebbe, per dare un seguito concreto allo slogan, nominare la stessa figura di vertice che gestisce il teatro, ossia un sovrintendente del parco della Favorita, che individui un gruppo di lavoro permanente. Al fine di rendere fruibile sempre, tirandolo fuori dalla dimensione del “vorrei ma non posso” dove giace, questo tesoro. Che non può ancora per molto tempo rimanere chiuso in cassaforte.

giovedì 6 aprile 2017

La chiesa di Palermo, l'autonomia di giudizio dei fedeli e il dissenso nell'era di Papa Bergoglio.

La Repubblica Palermo 
5 aprile 2017 - Pag. I
Ma l'innovazione accetta il dissenso
Francesco Palazzo

Che il rinnovamento di papa Francesco sia un fatto vero, lo dimostrano le opposizioni al suo operato che da Roma si riflettono sulle periferie d’Italia e del mondo. Chi guarda, come me, la Chiesa da fuori, non può non essere dalla sua parte apprezzando le sue scelte. Anche quella che vede don Corrado Lorefice, dal dicembre 2015, guida della diocesi palermitana e della Chiesa siciliana.Ero in piazza Pretoria quando il nuovo vescovo, nel discorso rivolto alla città, citava non la Bibbia ma l’articolo 3 della Costituzione. Quello dell’uguaglianza formale e sostanziale davanti alla legge di tutti i cittadini. È trascorso quasi un anno e mezzo, e, pur apprezzando il profilo del nuovo arcivescovo su aspetti ancora da approfondire con gesti e norme più chiari, ci troviamo improvvisamente a fare i conti con quello che è, vista l’importanza che dalla plancia di comando della diocesi attribuiscono alla questione, il duplice atto più importante partito dalla cattedra di San Mamiliano. Ossia i due decreti aventi per oggetto la venuta in città di un veggente e la rimozione di un prete da una parrocchia. Nel leggere i provvedimenti si ha come una sensazione di straniamento, seppure comprendendo le ragioni che hanno portato a formularli. Per quanto riguarda il veggente, si dispone che i presbiteri non partecipino a iniziative di questo tipo se non approvate dal vescovo, e che i parroci prescrivano agli stessi fedeli di non parteciparvi. Non riconoscendo, se l’interpretazione del doppio ammonimento non è troppo fuorviante, e sono pronto a ridiscuterne se convinto del contrario, sia ai prelati che ai fedeli, i quali ultimi non sono legati da nessun vincolo di obbedienza al proprio vescovo, un’autonoma capacità di discernimento. Ciò nel 2017, non nel 1950, quando con i nostri smartphone possiamo vedere tutto in pochi secondi e formarci autonomi giudizi. Chi scrive ritiene non conducenti nelle questioni di fede gli apporti di veggenti e roba varia. Ma qua discutiamo di altro. Della libertà di accedere liberamente a certe pratiche, senza essere interdetti, e della ancora più fondamentale opzione di potere sbagliare come persone dotate di intelletto. Perché, se per caso si ritenesse il cosiddetto popolo di Dio non in grado di padroneggiare tali aspetti della spiritualità, tanto da avere bisogno di autorizzazioni, ci si dovrebbe domandare che tipo di Chiesa abbiamo davanti.Questo aspetto è legato anche al secondo provvedimento. La vicenda è nota. Si rimuove un parroco perché indurrebbe presso i fedeli, evidentemente ritenuti non in grado di intendere e volere, e qua siamo al punto di prima, credulità a buon mercato. Ma lo si mette in discussione, soprattutto, perché sostiene posizioni in aperto contrasto con quella che è la linea inaugurata dal pontefice. Su quest’ultimo aspetto si possono porre due punti di domanda. E’ lecito all’interno della Chiesa avere posizioni differenti? Seguendo i canoni misericordiosi dell’attuale successore di Pietro, dobbiamo rispondere di sì. E lo facciamo per una questione non di merito, che lasciamo ai teologi, ma di metodo. Quando a una chiesa conservatrice del passato si opponevano gli innovatori che adesso hanno trovato il loro momento, speriamo non passeggero, sotto il magistero di Francesco, sovente si riducevano al silenzio e all’obbedienza. Non andava bene prima tale modo di fare e, se dobbiamo difendere i principi sempre, non va bene, a maggior ragione, adesso. L’altro punto di domanda riguarda la diocesi e il contributo che può dare alla vita delle comunità civili. Ma proprio la chiesa del palermitano ha in questo momento come primo problema quello dei veggenti e delle opzioni scismatiche, o presunte tali? Era così necessario spendere i due primi atti d’importanza primaria per le questioni evidenziate? O veniva prima molto altro? Aiuta la chiesa, nel rapporto con la società palermitana, questa spaccatura che adesso sta polarizzando le posizioni? Speriamo che i cattolici di questa diocesi, che non sono soltanto gerarchia ecclesiastica, ma essenzialmente popolo, sappiamo darsi e darci qualche risposta.

domenica 26 marzo 2017

L'inflessibile compagnia dei difensori e la realtà.


La Repubblica Palermo 
25 marzo 2017 - Pag. I
Nuoce più la satira o l'omertà?
Francesco Palazzo
Quando si parla di mafia e di Sicilia, nei film, nelle fiction, nelle parodie, spesso causando le reazioni di chi si sente offeso come siciliano, c’è sempre la nuda e rude cronaca che ci riporta sui nostri passi. Non partiremo da lontano, la lista sarebbe lunga, dalla Piovra al Capo dei Capi, dal videogioco alla pubblicità di una marca di occhiali. Ci soffermiamo sull’ultimo, ma sempre penultimo statene certi, fronte di polemica. Ossia, l’intervista ad un comico che impersonava il nuovo presidente del Palermo sulla Rai a Quelli che il calcio. Dieci minuti di satira godibile con in mezzo qualche battuta, per forza di cose iperbolica, surreale, ma sino a un certo punto, sulle nostre presunte abitudini e sul nostro modo di fare. L’ho ascoltata, collocata nella giusta dimensione, quella della satira, che deve essere provocatoria d’ufficio, e dopo qualche minuto non ci ho pensato più. Come sempre i fatti veri, non la comicità purtroppo, assolvono il compito di farti sentire il peso del piombo nelle ali della nostra quotidianità. Personalmente, trovo più conducente chiedermi non cosa volevano dire quelle poche battute sentite in televisione, che nulla volevano comunicarci se non strapparci una risata. Ma come collocare, rispetto a come ci vede il resto d’Italia e il mondo, il fatto ben più grave che magistratura e forze dell’ordine sembrano finalmente aver dipanato, facendo venir fuori i provvedimenti a poche ore della trasmissione domenicale incriminata. Mi riferisco all’uccisione, in pieno centro, a due passi dal Palazzo di Giustizia più presidiato d’Italia, di uno dei penalisti più noti e capaci del foro palermitano, Enzo Fragalà. Il fatto, come sapete, è avvenuto nel 2010, ma solo adesso sappiamo, ammesso che il tutto sia confermato dai diversi gradi di giudizio, che è stata Cosa nostra a pianificare ed eseguire il mortale agguato. E lo abbiamo appreso perché gli stessi mafiosi, nelle intercettazioni, o qualcuno collaborando con la giustizia ce lo hanno rivelato. Come quasi sempre accade. Ora, i punti di domanda che vorrei porre, rispetto a come ci vedono gli altri, sono i seguenti. Fanno più danno le piovre, i capi dei capi, le parodie, le pubblicità che parlano, più o meno bene, più o meno in maniera centrata, della Sicilia e della criminalità oppure il fatto che si uccide un avvocato prendendolo a bastonate alle otto di sera, davanti a residenti e automobilisti? E ancora. Fa più male alla nostra reputazione la fugace puntura dialettica di un comico, condivisibile o meno, oppure la circostanza che dai mafiosi, dai collaboratori, oltre che dai magistrati e dalle forze dell’ordine che hanno lungamente indagato, e non dai palermitani siano arrivate delle testimonianze utili a risolvere prima un caso che ha rischiato di rimanere per sempre nel buio? A tal proposito scrive Alessandra Ziniti, su queste pagine, il 16 marzo che il delitto è avvenuto «…sotto gli occhi e le orecchie distratte di passanti e automobilisti con nessuna voglia di aiutare gli investigatori…». Queste due domande dobbiamo porcele, non per alimentare la polemica, perderemmo inutilmente tempo. Le risposte servono per interrogarci non su come ci vedono gli altri dopo aver guardato distrattamente due minuti di piccolo schermo, ma per capire cosa siamo nel confronto con i dati di realtà, che sono molto più importanti e veritieri, intanto per noi prima che per gli occhi del mondo, di qualsiasi rappresentazione, verosimile o fuorviante che gli altri fanno di noi. Credo che all’esterno dell’isola non sfuggano a nessuno le tante positività, oltre i lati oscuri, che questa città, questa regione, questa terra esprime. Ma dobbiamo lasciare al suo destino l’atteggiamento di prendercela appena qualcuno dice mezza parola sul nostro conto. Non ci aiuta. Poi un’ultima notazione, se volete un dettaglio. Per stigmatizzare l’operato di Fragalà si utilizzava il termine “sbirro”: lo stesso epiteto rivolto a don Ciotti sui muri di Locri. Ebbene, quante volte ci capita nel linguaggio comune, esterno alla criminalità organizzata, di sentire pronunciare questo epiteto lanciato come sfregio e offesa?

mercoledì 15 marzo 2017

Uomo dato alle fiamme a Palermo: la reazione della città, l'informazione e la politica.

La Repubblica Palermo 
14/3/2017 - Pag. 3
La violenza, quel video e i senza tetto. Tre interrogativi tra fatti e polemiche.

Francesco Palazzo
Tre aspetti, sull’atroce violenza mortale subita dall’uomo che è stato dato alle fiamme, si possono evidenziare. La reazione di Palermo, il ruolo dell’informazione e l’uso politico della vicenda. Cominciamo da Palermo. Anche il contadino, mentre si parlava d’altro, mi ha chiesto. Se si fosse trattato di un omicidio di mafia in pieno centro o di un negozio distrutto dagli uomini del racket, il discorso non sarebbe stato introdotto. Una città che ha assistito quasi muta al fiume di sangue della seconda guerra di mafia è stata scossa come non mai questa volta. Ho persino letto che sì, la mafia ha ammazzato e uccide ma ha una sua finalità nel farlo. Eccidi in pieno giorno in mezzo alla folla, incaprettamenti vari, scioglimenti nell’acido, durante i quali pare si banchettasse mentre si giravano nella pentola liquido e corpi, sono iscritti nell’orizzonte di una tacita comprensione collettiva condivisa. Non c’è dubbio, allora. Al prossimo omicidio interno alle cosche la reazione sarà quella di prima. Si ammazzano tra loro, quando cade un mafioso, quindi non è il caso di fermarsi alla dimensione umana. Andate a vedere, invece, cosa si è scritto in rete nelle ore seguenti l’assassinio consumatosi sotto il porticato dei cappuccini, davanti al muro raffigurante San Francesco. Se uno si fosse trovato catapultato dalla luna, si sarebbe persuaso che in questa città non si era mai visto un fatto di sangue e i suoi abitanti fossero vissuti sino a quel momento nella quiete. Andiamo all’informazione. Parliamo del video molto commentato dai palermitani nei social network. Chi non li frequenta ne ha viste tante a Palermo, una volta pure una testa lasciata in un’auto nei pressi della stazione, che figuriamoci se può farsi traumatizzare da quelle immagini. Uscite dalle telecamere di sicurezza, hanno ripreso gli istanti in cui un uomo versa benzina sulla coperta sotto la quale c’è un altro uomo. Far vedere o no il video? Penso che non ci possano essere dubbi: quel video andava mostrato, stava poi alla libertà degli internauti se cliccarci sopra o rifiutarsi di vederlo. Talvolta si ha l’impressione che chi riceva l’informazione sia ritenuto mediamente, come si diceva dell’elettore medio qualche anno fa, come un bambino piccolo e neppure tanto intelligente. Le notizie, quando si può, devono essere veicolate in maniera diretta. Conoscete qualche filtro informativo che nel settembre del 2001 avrebbe potuto sostituire i due aerei che entravano nelle Twin Towers come dentro forme giganti di burro, evento che ha cambiato le ore della nostra storia contemporanea? Ai lettori, agli spettatori, non devono essere passate minestrine preriscaldate e poltiglie già masticate. A volte una buona informazione deve essere, quando può esprimersi con un’evidenza non mediata, come l’arbitro in campo, che meno si vede meglio è. Una foto, un video, un’immagine, un viso valgono più di mille parole. Chi ha visto l’eccezionale mostra sulle fotografie di Letizia Battaglia ai Cantieri culturali lo sa.Infine, su questa vicenda c’è stata anche una puntata politica. Cosa fa la politica per i senza casa e i senza nulla? Siamo in piena campagna elettorale e ci può stare tutto. Ma non si capisce in questo caso cosa c’entri. La persona che ha trovato la morte in maniera terribile possedeva una casa e dei familiari cui fare riferimento. Aveva deciso di vivere in quel modo perché riteneva evidentemente fosse la cosa migliore da fare. Questa, anche a livello politico, non è una città che si disinteressi dei meno fortunati. In tema di assistenzialismo non siamo secondi a nessuno. Anzi, con i soldi pubblici, spesso si imbandiscono tavolate per troppi.

venerdì 10 marzo 2017

Stazione Nuovo Cinema Paradiso, S.Erasmo e Palazzo della Favara: come non riusciamo a mangiare con quello che abbiamo.


La Repubblica Palermo
9 marzo 2017 - Pag. I
La stazione, il porticciolo, il castello. Così la Sicilia rinuncia alla sua bellezza.

Francesco Palazzo

In queste settimane sono scivolati sotto i nostri occhi tre luoghi che altrove sarebbero motivo di cura e attrazione turistica. Il primo è la stazione di Lascari-Gratteri, immortalata per sempre nel rullino della nostra memoria, visto che lì è stata girata la scena più bella e commovente del film premio Oscar “Nuovo cinema Paradiso”, quella in cui il protagonista va via e abbraccia il suo mentore, Alfredo. È stata demolita per fare spazio ad un fantascientifico doppio binario. A Castellabate, location del film “Benvenuti al Sud”, il luogo dove nella finzione sorgeva l’ufficio postale è diventato meta turistica. Almeno ci avessero regalato l’alta velocità, piangeremmo con un occhio, ammesso e non concesso che le due cose, memoria e sviluppo, non possano stare insieme. Avremmo quantomeno ceduto un luogo così significativo in cambio di un allineamento, in tema di trasporti, all’Italia che va da Salerno al Nord. Il mese scorso a un mio parente che lavora nel Veneto sui treni, in vacanza a Palermo, chiedevo, come un bambino che vuole sapere qualcosa sul paese dei balocchi, che sensazione si prova a viaggiare quotidianamente come schegge. «Bella», mi risponde. Certo, bella, domanda stupida. Un altro sito tornato per qualche ora alla ribalta, ancora non distrutto solo perché il mare e il panorama non li puoi abbattere facilmente, è il porticciolo di Sant’Erasmo, ripulito dagli attivisti grillini, che hanno ritrovato fra i detriti pure la carcassa di un vecchio scooter. Questo balcone sul mare, luogo che a Palermo non ha eguali, è da tempo in mezzo a una querelle tra chi vorrebbe farne una stazione per diportisti e chi intende non modificare la natura dei luoghi. Nel frattempo, facendo spostare la stazione di rifornimento che ostruisce in parte la vista, si potrebbe, utilizzando anche un tratto di strada, realizzare una grande isola pedonale che avrebbe uno sfondo naturalistico formidabile. Nessuno dei candidati a sindaco ha nulla da dire a tal proposito?Del terzo luogo che incrociamo ha scritto Paola Pottino su Repubblica. Parliamo del Castello di Maredolce e del fu parco della Favara. Ha davanti una schiera di negozi, si trova in via Giafar, a trecento metri dalla parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio, dove trascorse gli ultimi suoi anni, prima di essere ucciso dalla mafia, don Pino Puglisi. In quel quartiere sono nato e cresciuto, la casa dei miei genitori sorgeva a poche decine di metri dal vicolo che porta al castello. Da quando avevo dieci anni, correvano i primi anni settanta, sento parlare del recupero completo del castello, della sua fruibilità, dei vantaggi economici che potrebbero arrivare al rione dai flussi turistici con il maniero totalmente restaurato, con il rifacimento del parco e del lago che prima l’attorniavano. Sono trascorsi 43 anni. Passando da piazza dei Signori si vede solo un pezzo di castello, a causa della schiera di negozi sempre presenti, i lavori di recupero non sono ancora terminati, il lago e il parco sono storie lontane nel tempo. Scrive Paola Pottino che i visitatori non possono attualmente accedervi per ragioni di sicurezza. Se si fosse fatto in tempo, perché il tempo c’è stato, si poteva inserire il tutto — palazzo, lago e parco — nel percorso arabo-normanno.Ricapitolando, tre storie, tre luoghi. Una stazione di cui rimane traccia solo nel film e nelle foto. Un ex porticciolo malato, dove al momento è possibile ammirare pure un accampamento di roulotte, che rischia di andarsene stritolato fra polemiche e incuria. Un castello, senza più il suo lago, monco del suo parco, privato di visitatori, in una delle tante periferie più o meno abbandonate di questa città che va al voto in primavera. 

sabato 4 marzo 2017

Elezioni Palermo. La distanza tra le discussioni sulle alleanze e gli interessi dei cittadini.

La Repubblica Palermo 
3 marzo 2017
Campagna elettorale a Palermo. Più veleni che programmi chiari per la città. 
Francesco Palazzo

A Palermo le candidature civiche a sindaco guidano la corsa e i partiti vanno al rimorchio. Più confusi che persuasi. Siamo sempre laboratorio come viene annunciato o è soltanto un nuovo vestito su storie vecchie? Vedremo. Intanto si registra un fatto abbastanza evidente. Il centrodestra del 61 a zero, ma anche quello delle vittorie di Cammarata, non esiste più. Il suo elettorato si spalmerà sui tre candidati più accreditati, Orlando, Ferrandelli e Forello. I cinque stelle, pur non facendo accordi con nessuno, drenano voti trasversalmente un po’ da tutte le parti. Gli altri due candidati, provenienti come estrazione dal centrosinistra, hanno dichiarato che il loro riferimento non sono le forze politiche organizzate ma Palermo e che chiunque sposi questo approccio civico è sostanzialmente il benvenuto. Del resto, quello che interessa ai cittadini, quando si tratta di governare una comunità, non sono le alchimie politiche, quelle infuocano una parte molto ristretta del mondo politico, ma se le virtuosità di cui sono piene le campagne elettorali avranno poi un riscontro concreto. Antonio Fraschilla su queste pagine, il 16 febbraio, ci ha mostrato che biografie del vecchio centrodestra, con il conseguente elettorato, si stanno spalmando in maniera trasversale. Del resto, non poteva che accadere così, visto che berlusconiani e destre non hanno per Palermo alcun progetto e nomi da spendere. Si è sempre detto, in casa del centrosinistra palermitano, che per vincere occorreva pescare in altri bacini elettorali. Considerazione ovvia. Questo è quanto sta avvenendo, abbastanza alla luce del sole. La dote più apprezzabile di chi vuole governare è quella di convincere più gente possibile della bontà del proprio percorso. Allora, francamente, non si capisce la fatwa che da diversi ambienti si è calata sull’accordo che Ferrandelli ha fatto con Micciché e Cantiere Popolare.Talvolta il furore quasi religioso prevale sull’analisi della politica, che invece deve essere laica. Per tutti valgono le stesse regole. Si valuteranno le liste, quando si conosceranno nella loro completezza, ed ancora è presto, e i programmi, nel momento in cui passeremo dai titoli allo svolgimento nel dettaglio durante la campagna elettorale. Senza fare del sospetto, perché è una pagina che dovremmo esserci lasciata alle spalle, l’anticamera della verità. E poi, ovviamente, si seguirà il percorso del sindaco eletto e della sua squadra e si esprimeranno giudizi sulle cose fatte in coerenza con quanto promesso prima del voto. Sperando che i programmi non diventino militi ignoti, come accade quasi sempre, dopo la chiusura delle urne. Le carte della politica palermitana, come riflesso anche della fase politica nazionale, dal 2012, anno delle ultime elezioni amministrative nel capoluogo siciliano, si sono molto rimescolate. Occorre prenderne atto e navigare a vista. In realtà, le due candidature che cinque anni fa si affrontarono al ballottaggio, presentano più elementi di somiglianza che di differenza. A prescindere dagli slogan elettorali, che indicherebbero ragionamenti corali (“Facciamo squadra” e “Solo per i palermitani”) si vedono in campo al momento due singolarità. Sia al Golden che al Politeama strapieni abbiamo visto solo i leader parlare. Andando al quaglio, la domanda è la seguente. Cosa devono aspettarsi i cittadini di questa città nel quinquennio 2017-2022? La città sarà più pulita, i marciapiedi saranno riparati, rispunteranno quei bei cuscini blu elettrico sulle panchine del foro italico, i trasporti funzioneranno meglio, le circoscrizioni serviranno a qualcosa oltre che essere un costo, spariranno i posteggiatori abusivi, la Favorita chiuderà, ci sarà una chiusura permanente sull’asse Piazza Croci-Stazione, saranno attenzionate le sacche di povertà, si metterà mano all’illegalità diffusa, le periferie saranno curate, i servizi saranno efficienti e rapidi? E potremmo continuare. La politica, per i cittadini, è tutto questo e tanto altro. È vita quotidiana che l’azione amministrativa, qualsiasi sia la casacca che indossi, deve rendere più semplice e decente utilizzando al meglio le risorse finanziarie pubbliche. Il resto è solo fumo.

domenica 5 febbraio 2017

Palermo, la cultura quotidiana che serve, intanto, a noi.


La Repubblica Palermo
4 febbraio 2017 - Pag. I


La cultura che serve alla capitale della cultura
Francesco Palazzo

Con la cultura, intesa però nella sua accezione a 360 gradi, si mangia eccome, lo ha ben sottolineato giovedì Enrico del Mercato. Si possono fare tavolate che non finiscono mai. Palermo, capitale della cultura lo è da secoli e lo è, non ce ne vogliano le nostre ultime contendenti, al cospetto delle più grandi città italiane, europee e mondiali. E lo siamo stati, se guardiamo la storia recente, negli anni della primavera.Va detto che questo riconoscimento premia più quello che siamo attualmente che ciò che possiamo diventare, ossia delle capacità in larga parte inespresse. Il termine cultura ha variegate sfaccettature. Riguarda il mondo culturale in senso stretto, ma concerne pure l’offerta turistica riguardo ai siti e quella ambientale riguardo al territorio, attiene al mondo della politica e ai comportamenti di ciascuno. Messa così dobbiamo chiederci quali forature dobbiamo riparare per essere, oggi e domani, per noi stessi prima che per gli altri, capitale della cultura. Mentre apprendevo che Palermo prendeva questa medaglia ero a Catania. Per recarmi dal centro all’università e tornare, ho preso, non attendendo più di tre minuti, il bus circolare BRT1. Collega, dalle 5 alle 24, il centro alle periferie in continuazione, le attese vengono annunciate da pannelli elettronici e la stessa cosa accade per le altre linee. Tornato a Palermo dopo le 21, e non è la prima volta, il deserto. Per andare dall’altra parte della città non c’erano più in giro 101, riesco a prendere l’ultima 107 che parte alle 21 e 25. Qualche giorno prima, di mattina, avevo visto tre 101 dirigersi incolonnati verso la stazione, intralciandosi a vicenda. Allora il primo obiettivo che dobbiamo centrare è la cultura dell’organizzazione. Inutile avere tre mezzi in carovana alle otto e nulla dopo le 21 e 30. Occorre perseguire anche la cultura della puntualità e della certezza. I palermitani, in primo luogo, e i turisti devono sapere quanto aspetteranno i bus. Organizzazione e puntualità si possono applicare a tanti ambiti, sono ingredienti non secondari per essere capitale di qualsiasi cosa. Cultura è l’offerta turistica che si propone. La decennale esperienza de “Le vie dei tesori” aspetta di essere presa in carico dall’amministrazione per diventare un dato certo e spalmato su tutto l’anno. Andando in giro per Palermo non si trovano audioguide neanche a pagarle a peso d’oro. Cosa ci sarebbe di più affascinante che girare lo sterminato centro storico di Palermo accompagnati da un’audioguida o da guide in carne e ossa non a prezzi esorbitanti? Si può prendere esempio, ne abbiamo scritto, dalla FVG card triestina. La cultura è fruizione dell’ambiente cittadino. Si dirà che si è proceduto con diverse pedonalizzazioni. Ma, sinora, e qui possiamo tornare a Catania, dove la piazza davanti al duomo è stabilmente negata alle auto, come la via adiacente sino alla successiva piazza e continuando per un bel pezzo di via Etnea, a Palermo non si riesce a fare nell’asse centrale Libertà — Ruggero Settimo — Maqueda, nulla di veramente definitivo. Poi c’è la cultura del far rispettare le regole ovunque. Attualmente solo nel perimetro ZTL avviene, nel resto della città si può fare sostanzialmente quello che si vuole. Uno spaccato che determina la cultura di una città è la cura che si riserva alle periferie. Che non è la pulizia straordinaria di fine legislatura e deve pure dare conto di cosa è il decentramento, ossia a cosa servono, senza poteri, le circoscrizioni che andremo a eleggere tra qualche mese. Cultura è pure tenere pulita la città in ogni luogo, non solo limitarsi a superare l’emergenza dell’immondizia. Insomma, cultura è porre in essere delle cose che durino, non puntare soltanto sui grandi eventi. Le opportunità del 2017, Palermo città dei giovani, e del 2018, Palermo città della cultura, possono diventare dei formidabili moltiplicatori solo se trovano il terreno adatto. E ancora non ci siamo. Fatevi un giro per le strade centrali, troverete i marciapiedi in condizioni pessime. Dobbiamo chiederci che tipo di cultura della bellezza comunica questa evidenza, non ai turisti ma ai palermitani. Perché dobbiamo sviluppare il discorso culturale intanto per noi. E se noi ci piaceremo sempre di più saremo graditi anche agli altri. Pure dal 2019 in poi, quando si saranno spenti i riflettori. Palermo negli ultimi anni è un po’ migliorata, non ci voleva molto dopo il decennio precedente, dunque l’autostima di cui si parla deve ancora fare tanti chilometri. Resta da chiedersi cosa intendono fare tutti i cittadini per migliorare la loro cultura civica. Le istituzioni possono fare molto, ma tanto è nelle mani dei palermitani. Infine, dobbiamo chiederci se tra di noi, prima che agli occhi degli altri, la cultura mafiosa è davvero sconfitta, cioè se è vero che la mafia non comanda più. Direi che c’è molto da lavorare. Non riverniciando slogan per apparire più attraenti agli altri. Lo stato culturale di una città si misura lontano dai riflettori, quando non si indossa il bel vestito domenicale e si inforcano gli abiti della quotidianità. Questo è un premio, il più bello e significativo, che solo noi, comunità di uomini e donne, possiamo darci.

domenica 29 gennaio 2017

L'ora legale, un bel film mai visto in Sicilia nella realtà.

La Repubblica Palermo
28 gennaio 2017 - Pag. I
Il film mai visto sulla coerenza delle promesse elettorali

Francesco Palazzo

Dal bel film di Ficarra e Picone, L’ora legale, si possono trarre diversi spunti ma una stessa reazione finale interdetta dal punto di vista dello spettatore che si aspetterebbe un lieto fine. Anche le risate non sono mai piene ma impastate insieme alle constatazioni amare sul malcostume che imperversa tra gli stessi astanti a varie latitudini e intensità. Alla fine cala il gelo sul the end. Nessuna assoluzione, niente alibi. Nemmeno per la politica virtuosa. Che scappa a gambe levate alle prime difficoltà. Ma soprattutto nessuna semplice via d’uscita per i cittadini. Ciascuno sbuca dalla proiezione con le proprie domande irrisolte, con le personali incoerenze e contraddizioni tutte da chiarire con se stesso. Il passaggio che più mi ha colpito è la frase pronunciata da un’elettrice delusa che richiama tutti alla lettura attenta di quello che era il programma del candidato. Era tutto scritto lì, il sindaco eletto stava realizzando punto per punto tutto ciò che aveva promesso. Solo che, lo sappiamo, di programmi elettorali teorici e altisonanti son piene le fosse. È come se si realizzasse un patto tacito tra corpo elettorale e candidati. I programmi e le promesse sono una cosa, la realtà un’altra. È un vero peccato che le leggi elettorali non prevedano, per chi concorre alle massime cariche, che si debba mettere nero su bianco nelle schede elettorali le dieci cose più importanti da realizzare se eletti, obbligando le amministrazioni in carica a prevedere, sin dall’inizio del mandato, scadenze e modalità precise per singola voce da inserire in bella evidenza nei siti web. Non prima di averne ufficializzato l’esistenza davanti ad un garante terzo. Per dire, visto che abbiamo le elezioni comunali a Palermo tra qualche mese, mi chiedevo quale era nel 2012 il programma elettorale dell’amministrazione in carica. Ho fatto una ricerca sul web e non sono riuscito a trovarlo. Allora ho pensato che sicuramente ne avrei potuto scaricare una copia dal sito del Comune. Ma, a meno di non aver cercato male, non mi pare che ci sia traccia di ciò. Per carità, magari la giunta che governa la città da cinque anni ha osservato scrupolosamente quanto aveva prospettato proponendosi all’elettorato palermitano. Ma non essendoci un documento ufficiale intorno al quale confrontarsi in contraddittorio, è difficile stabilire la coerenza della tabella di marcia quinquennale con quanto era stato preventivato. Ricordiamo vagamente, ma attendiamo conferme o smentite da chi ha in mano il programma elettorale o lo rammenta meglio, una chiusura del Parco della Favorita, che doveva diventare il corrispettivo del Teatro Massimo come immagine e simbolo. Un’altra cosa che ci viene in mente è che da Piazza Croci alla fine di via Maqueda doveva estendersi una lunga isola pedonale. Ma pensiamo al futuro. Non sarebbe male se i tre candidati più accreditati, Orlando, Ferrandelli e Forello ci fornissero, ben prima di inondarci di candidati al consiglio comunale e alle circoscrizioni, sulle cui qualità siamo pronti a mettere la mano sul fuoco, dieci punti programmatici ciascuno e li sottoscrivessero, accompagnati da un cronoprogramma, durante un dibattito pubblico, impegnandosi a inserirli sempre in piena evidenza sul sito istituzionale se eletti, in modo che si possano controllare azioni e tempi. Tornando al film di Ficarra e Picone, ho l’impressione che, nella realtà concreta, quasi mai si contrappongono azioni politiche legalitarie rivoluzionarie e innovatrici da parte di illuminati amministratori e ardue resistenze da parte degli amministrati che vogliono difendere i loro orticelli. Le cose sono molto più complesse. Da entrambe le parti, ci pare, sia da chi si propone come il nuovo e dall’elettorato che intende cambiare tutto appoggiando il nuovo, è una bella gara a misurare, nei fatti, incoerenze e parole al vento. Nessuno scappa dai palazzi del potere, per troppa coerenza, come il sindaco di Pietrammare. E non si intravedono masse di elettori delusi che si presentano in massa a chiedere conto delle troppe rigidità legalitarie. Almeno in Sicilia è un film che non si è mai visto.

sabato 21 gennaio 2017

Elezioni Palermo 2017 e Addiopizzo. La rivolta civile che dà energia alla politica.

                   Repubblica Palermo
                20 gennaio 2017 - Pag. I

                Da attacchino Addiopizzo a candidato sindaco: segni di cambiamento.
                Francesco Palazzo

Quante possibilità avevano i sette ragazzi, freschi di laurea, che nella notte tra lunedì 28 e martedì 29 giugno del 2004 riempirono il centro di Palermo dei manifestini con il famoso slogan («Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità») di immaginare che uno di loro, dopo dodici anni, avrebbe potuto puntare a Palazzo delle Aquile? Nessuna. Così è accaduto, anche se quegli attacchini hanno fatto molta strada. Impossibile per i partiti tradizionali valorizzare un’esperienza di questo tipo.Si dirà che la procedura con la quale il Movimento 5 stelle è arrivato a designare il candidato a sindaco di Palermo ha registrato un numero esiguo di votanti (590), se solo si pensa alle folle che ogni volta hanno gremito i gazebo delle primarie. Nel 2012 per decidere il candidato a sindaco del centrosinistra ci furono quasi trentamila elettori, nel 2007 circa ventimila. Ma ciò non toglie, come recentemente ha fatto notare Emanuele Lauria su queste pagine, che tra le file dei grillini si contano tanti quarantenni, sino a questo momento rimasti ai margini della politica, che vogliono comunicare delle idee a questa città. Ma la vera cifra della scelta del popolo grillino, il forte valore aggiunto della candidatura dell’avvocato Salvatore Ugo Forello (uno dei sette di quella notte del 2004) allo scranno più alto di Palazzo delle Aquile è che l’antimafia, senza per questo volere ridurre il prescelto a una sola dimensione, entra dalla porta giusta, la politica, nell’agone politico delle amministrative in programma nella prossima primavera.Questa la novità. Sinora, infatti, abbiamo fatto i conti con uno schema molto simile a quello della tornata elettorale del 2012. Non preventivato, invece, nemmeno tra i Cinquestelle, se non negli ultimi mesi, che potesse emergere nel flusso politico palermitano una fiche che avesse queste caratteristiche. Che aiuta, peraltro, gli stessi Cinquestelle ad archiviare, almeno da un punto di vista politico e agli occhi dell’opinione pubblica, l’affaire delle firme, che rimarranno oggetto di attenzione su altri versanti che non riguardano la politica. Per dirla tutta, a prescindere dall’espressione di voto che ciascuno in primavera consegnerà al proprio seggio, che uno dei fondatori di Addiopizzo sia candidato a sindaco è una buona notizia per Palermo. Lo è perché la criminalità organizzata, oltre che dire ancora pesantemente la sua nel versante sociale e in quello economico, è presente, come evidenziato giovedì da Antonio Fraschilla e Salvo Palazzolo su queste colonne, certo non da sola, nel mercato elettorale in tanti quartieri in vista del rinnovo del Consiglio comunale e delle circoscrizioni. Schematizzando. Siccome la mafia, usando una locuzione abusata, è viva e lotta insieme a noi, una candidatura che proviene da un movimento che si è sempre battuto sul versante opposto, privilegiando un’antimafia dei fatti, anche se Forello per la sua scelta politica ha differenziato il suo percorso rispetto a quello di Addiopizzo, non può che far respirare meglio un po’ tutti. È vero, per amministrare una città si devono percorrere i tornanti della gestione delle cose concrete, occorrono competenze sui singoli rami d’azione, ci vogliono le capacità di mettere le persone giuste al posto giusto, è necessaria la conoscenza approfondita di una città complessa come Palermo. Su questi aspetti tutti gli attori in campo si misureranno privilegiando — speriamo — il versante della chiarezza. Sinora Palermo non è emersa nel dibattito. Hanno prevalso tatticismi e politica politicante. Chi si allea con chi, chi pone veti, chi non sa cosa fare e chi attende risposte. Ma abbiamo l’impressione che l’emergere di questa candidatura grillina, proprio per l’ambito che evidenzia nello spazio politico palermitano, toccando un punto che vorremmo lasciarci alle spalle ma ancora non ce la facciamo, potrà, oltre che rappresentare una valida opzione in campo, far convergere un po’ tutti nel delineare il futuro di Palermo. Che ci auguriamo possa essere quello di una città moderna, pulita, che sappia valorizzare le periferie, dove ci si muova meglio e non soltanto al centro, in cui la cosa pubblica e i denari di tutti siano gestiti sempre più con trasparenza ed efficacia. Ma, su tutto, una città veramente libera dall’ipoteca mafiosa e dall’illegalità diffusa.

giovedì 12 gennaio 2017

Lo strano e unico caso tra il Partito Democratico palermitano e Palazzo delle Aquile.

                 La Repubblica Palermo
                    11 gennaio 2017

       L'anomalo PD palermitano che  non riesce ad avere un suo sindaco

                   Francesco Palazzo

 C'è un'anomalia nella politica italiana, il Partito democratico palermitano. Le elezioni comunali sono vicine e il classico malanno viene fuori come un male di stagione mai curato. Parliamo di un dato che viene da lontano. Il punto è che questo partito, da quando era Pci, poi Pds, quindi Ds e adesso Pd, non ha mai ottenuto una visibilità tale da poter accedere con propri nomi allo scranno più alto di Palazzo delle Aquile. Nella Prima Repubblica, a parte le regioni rosse, in città come Napoli, Roma, Torino e Venezia ci sono stati sindaci comunisti. Nella piccola Aosta ben tre sindaci falce e martello. Nella Seconda Repubblica, da quando si eleggono direttamente i sindaci, il quadro comparativo è disarmante. Cominciamo dal Sud. A Reggio Calabria, dal 1993, il Pds-Ds-Pd è stato protagonista, con propri iscritti, di tre vittorie. In Basilicata, a Potenza, dal 1995 al 2014 il Pds-Ds-Pd ha vinto tre volte con propri esponenti. A Bari il Pds-Ds-Pd dal ’93 a oggi vince con propri dirigenti quattro elezioni. Nel Molise, a Campobasso, dal 1995 a oggi, il Pds-Ds-Pd ha vinto tre volte la carica di sindaco con propri tesserati. Inutile ricordare le esperienze dei sindaci di Napoli e Roma. In Abruzzo, nel capoluogo L’Aquila, dal 1994 a oggi ben tre sindaci rappresentanti del Pd e suoi antenati hanno guidato la città. Lasciamoci alle spalle la zona rossa. La storia non cambia. Sia su Venezia, che su Trieste, passando per Trento e Bolzano, poi considerando Milano, Torino e Aosta, potremmo scrivere le stesse cose evidenziate in dettaglio per le altre città. Se ci trasferiamo a Cagliari, il sindaco attuale è stato esponente del Pds e dei Ds, sostenuto dal Pd in una coalizione di centrosinistra. La musica non cambia in Sicilia. Palermo per il Pd costituisce sempre uno scenario a parte. Lasciando perdere la rossa Enna, attualmente è sindaco dell’altra importante città sicula, Catania, un rilevante esponente del Pd. A Caltanissetta dal 1997 a oggi il Pds, i Ds e il Pd hanno vinto quattro volte le elezioni, tre volte sostenendo propri tesserati. A Siracusa il sindaco appartiene al Pd. Ad Agrigento, nel 2012, è eletto sindaco uno dei dem. A Trapani per due mandati, dal 1993, è stato eletto un dirigente pds. A Ragusa, dal 1994 al 1998, il sindaco è stato uno del Pds. A Messina nel 2005 vince le elezioni un dirigente della Margherita, che poi sarebbe confluita nel Pd. Nel 2013 il Pd al primo turno è arrivato quasi al 50 per cento con un proprio uomo. Come si vede, quella del Pd palermitano è una vicenda unica. Una debolezza mai affrontata sul serio. E non si tratta di presentare o meno il simbolo. Bisogna vedere come e perché lo fai. Se è un atto di forza o di debolezza. Nel 1990, con Insieme per Palermo, fu un atto di subordinazione nell’attesa, vana, che Orlando aderisse alla lista. La Dc fece il pieno e gli omini che si tenevano per mano conobbero una sconfitta cocente. Togliere il simbolo del Pd dalle prossime amministrative, come imposizione esterna, tornerebbe a essere un gesto non di forza. Invece, nel 1993, la lista Ricostruire Palermo, con dentro il Pds, aveva un senso, cosi come quando nel 2001 si diede vita alla lista Per Palermo, con dentro i Ds, c’era una prospettiva politica, anche se disperata, visto che il centrosinistra andava incontro a un cappotto umiliante. E il problema non è neppure Orlando: lui ha sempre fatto il suo, rimediando alla fragilità del Pci e dei suoi eredi. Quando il Pd panormita avrà il coraggio di metterci la faccia, con un proprio dirigente di peso, non con improbabili papi esterni, per la poltrona più importante della politica palermitana? Se si gioca sempre fuori casa ci si fa strapazzare malamente.In ogni caso, comunque vadano le cose in primavera, dopo questa legislatura ci sarà il momento in cui cadrà il dilemma Orlando sì o no. Dunque il cammino va iniziato subito. Il più grande partito italiano non può permettersi ancora per molto tempo di non provare a pesare la propria storia e la propria idea di città nel quinto comune d’Italia. Gestire sconfitte o vittorie altrui è un modo triste di vivere la politica. Quella che manca al Pd di Palermo è una storia. Non è colpa di quelli di adesso, perché una storia si tesse nel tempo. Quando comincerà il Pd a costruirne una a Palermo finendo di essere un’anomalia nel panorama politico italiano?

domenica 1 gennaio 2017

Cercati un amico. Non mafioso.

La Repubblica Palermo
31 dicembre 2016
I successi di AddioPizzo. E quello che resta da fare.

Francesco Palazzo
L’Associazione Addiopizzo, che esordì in una notte del giugno 2004 con affissioni anonime (“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”), lancia una nuova campagna con un altro slogan “Cercati l’amico”. Un modo per prendere in giro e capovolgere l’invito degli esattori del racket. I quali intimano ai commercianti di cercarsi un conoscente per addivenire a condizioni “migliori” circa la rata da versare. Insomma, un’esortazione a trovare alleati non tra i mafiosi ma nelle associazioni che difendono le vittime del racket, tra le forze dell’ordine e tra gli stessi commercianti per fare massa critica e opporsi non da soli al pizzo. Nel nuovo messaggio appare il mafioso con coppola annullato da una striscia rossa e un numero di telefono, 3279061172, da chiamare in caso di bisogno, oltre che il sito dell’associazione www.addiopizzo.org. Da dodici anni questa esperienza costituisce un punto di riferimento e una speranza non solo per gli imprenditori ma soprattutto per i siciliani. Si tratta di cittadini che, anziché aspettarsi azioni dalle sole forze dell’ordine, dalla magistratura o attendere cambiamenti culturali di lungo periodo, hanno deciso di impegnarsi su un fronte molto difficile nella lotta a Cosa nostra. Pertanto decisivo nel combatterla su un terreno in cui le coppole storte puntano molto. Sia per le entrate che assicurano le azioni estorsive, sia perché in tal modo si ha il controllo costante del territorio. Passeggiando in città vedo questi adesivi che rimangono per tanto tempo, per anni, sulle vetrine dei negozi. Segno che c’è ormai una condivisione diffusa. Che ha anche generato un timore in Cosa nostra, visto che in diverse intercettazioni i boss hanno raccomandato ai loro scagnozzi di non recarsi nei negozi aderenti ad Addiopizzo perché ciò poteva creare grane. Va detto che tale esperienza, come poche altre e al contrario delle tante che muoiono nel giro di poco tempo o che servono anche a drenare fondi pubblici, ha sinora avuto il carattere della continuità e dell’innovazione. Le discussioni e le divisioni vi saranno state anche in questo caso, ma ha finito per prevalere l’obiettivo che si erano dati gli allora ragazzi del 2004. Liberare Palermo e non soltanto la città capoluogo, visto che c’è una sede anche a Catania, dalla odiosa pratica del pizzo. Ovviamente, occorre dire, per non farla troppo facile, che il metodo estorsivo è ancora largamente praticato e molto spesso trova il consenso degli stessi imprenditori. Che vedono tale esborso come una normale tassa da pagare sull’altare della sicurezza. Un po’ come fa il palermitano quando sgancia l’obolo al posteggiatore abusivo. Ma Addiopizzo, con i risultati non trascurabili che ha ottenuto, è sicuramente un pezzo importante del mosaico contro Cosa nostra. Basta sapere che tutti gli altri pezzi devono essere collocati nel posto giusto e che per combattere la criminalità organizzata non c’è una sola chiave di accesso. Dal punto di vista pratico, oltre che pubblicare la lista degli esercenti che non pagano la mafia, si dovrebbe rendere più attraente e diffusa la AddioPizzo-Card, presentata nel 2014 durante la festa annuale del consumo critico “Pago chi non paga” e che consente degli “sconti etici” presso gli esercenti e le imprese convenzionati. Occorrerebbe abbinare la lotta alla mafia alla convenienza per gli acquirenti, passando dallo sconto etico, pensato per finanziare progetti, ad una scontistica vera e propria. In modo che il compratore possa subito misurare sulle proprie tasche quanto ci guadagna comprando in luoghi dove sono banditi gli uomini del racket. Per finire, una notazione politica, pur avendo contezza che già lottando la mafia si fa politica nel senso di un interesse concreto per il destino della polis. Uno dei fondatori di Addiopizzo, l’avvocato Ugo Forello, da quanto leggiamo, potrebbe essere uno dei candidati a sindaco nelle elezioni palermitane del 2017. Segno che la lotta alla mafia, fatta non solo di slogan ma operante concretamente in ambiti difficili e pericolosi come quello del contrasto al racket, può creare percorsi che possono essere messi al servizio, in un ambito più ampio, dell’intera comunità.

sabato 10 dicembre 2016

I siciliani e la sinistra radicale che votano no in massa. Ma si sono fatti bene i conti?


La Repubblica Palermo
9 dicembre 2016

Se alla sinistra piace solo perdere
FRANCESCO PALAZZO

In Sicilia il NO al referendum ha dilagato. Era difficile ribaltare il risultato atteso, ma non impossibile contenerlo. Soprattutto nelle due grandi città siciliane, Palermo e Catania. Ma da una parte si è mossa probabilmente meglio che altrove la sinistra esterna ai democratici, che ogni volta ha pure accolto per strada il presidente del Consiglio come una specie di usurpatore. Con una vigoria e un’acrimonia che non si era vista nemmeno quando a Palazzo Chigi c’era la destra. Lo schema è sempre quello di colpire ciò che è più vicino. Si era fatto con i due governi Prodi, 1998 e 2008. E magari ci guadagnassero più consenso, si potrebbe capire. Invece, ad esempio nel 2008, dopo la caduta di Prodi, la Sinistra Arcobaleno non entrò neppure in parlamento in occasione del voto anticipato. Che vide vincere l’altra squadra alla grande. Ora c’è il solito richiamo all’unione di questi frammenti, la proposta dell’ex sindaco di Milano, Pisapia, non è da buttare. Ma già sono partiti, anche dall’isola, a poche ore dal lancio del Campo Progressista, distinguo e anatemi. Dall’altra parte, almeno guardando a Palermo, città nella quale si giocava molto del risultato siciliano, non ci è sembrato che nel Pd ci sia stato un impegno massiccio per il SI. Nel gazebo allestito al centro ho visto sempre le stesse poche facce di volontari. Per il resto, a parte la funerea rappresentazione grillina a favore del No, non mi pare che i 5 Stelle nel capoluogo si siano spesi più di tanto, ma neppure le altre forze del No. I leader del movimento hanno disertato Palermo, così come i capi della Lega e di Forza Italia. Eppure, questo voto di massa per il No, escludendo impennate di Forza Italia, della destra e della Lega nell’isola, e ipotizzando che come sempre la sinistra esterna al Pd poco si gioverà di questa “vittoria”, dovrebbe essere di marca grillina, un consenso ormai evidentemente molto esteso. Certamente c’è stata anche in Sicilia un’opposizione nel merito alla riforma. Ma è chiaro che nel sud, e in Sicilia in misura maggiore insieme alla Sardegna, che però ha un peso diverso nel panorama elettorale, lo spoglio ha registrato un voto politico a prescindere dal quesito posto. Al centro del mirino Il governo Renzi. Che pure in tre anni, certamente con errori e sottovalutazioni, non ha proprio promosso delle cose così improponibili. Pensiamo al sociale, alla scuola, ai diritti civili, all’immigrazione, agli interventi sul mondo del lavoro, alla stessa riforma costituzionale, ai dati macroeconomici che migliorano. Ma ha avuto il sopravvento la ventata antigovernativa. Il classico schema siciliano di Roma che non pensa a noi. A ciò si aggiunga che ha prevalso chi ha parlato di sconvolgimento della costituzione, di democrazia in pericolo, creando paure slegate dal contesto referendario ma di sicuro effetto. Basta pensare che su uno dei due pilastri della riforma, il rapporto stato-regioni, si toccava non l’impianto dei padri costituenti, ma una modifica apportata nel 2001. E che peraltro non riguardava immediatamente la Sicilia in quanto regione autonoma. E che sul ruolo del senato c’è un dibattito ultradecennale tutto nello stesso verso, quindi niente di sorprendente. Ma alla fine con questo plebiscito cosa ci ha voluto dire la Sicilia rispetto ad altre regioni dove il no ha prevalso con percentuali più ragionevoli? Sicilia ancora laboratorio? E di cosa? Forse questo rifiuto di massa è la premessa di altri plebisciti, questa volta in positivo, da attribuire non appena sarà data l’occasione di votare per le elezioni? Questo lo scopriremo. Ma una domanda finale dobbiamo farcela, dando per scontato che nelle urne siciliane sono stati versati, più che altrove, disagi di tutti i tipi, che poco avevano a che fare con la riforma. Ma in una società politica che non riesce ad innovarsi, che rimane chiusa nelle proprie paure, che non cambia, che resta nel ‘900, alla fine, chi ci guadagna di più, coloro che hanno più difficoltà o quelli che sono già in qualche modo garantiti dal sistema? Le regioni più forti o quelle più deboli? Insomma, i siciliani si sono fatti bene i conti? Oppure, come probabilmente succederà alla sinistra dura e pura, alla fine da questo voto non avranno altro che da perderci?

mercoledì 23 novembre 2016

Le vie dei tesori a Palermo. Eccellenza o normalità?

Repubblica Palermo
22 novembre 2016
Come mangiare con la cultura
Francesco Palazzo

Si è conclusa a fine ottobre la manifestazione Le vie dei tesori. Per tutti i fine settimana del mese il menù proponeva di tutto. Novantadue luoghi da visitare con persone che fornivano spiegazioni, sessantotto passeggiate guidate, ventiquattro attività per bambini, otto eventi tra concerti e incontri e la notte bianca Unesco. Quasi duecento appuntamenti che sono stati presi d’assalto. E che non erano neppure gratuiti. A testimonianza del fatto che si possono promuovere i beni materiali e immateriali anche facendo pagare. In questo caso si trattava quasi di un esborso simbolico (un euro per i novantadue luoghi), ma siamo sicuri che i tantissimi visitatori che hanno fatto le code avrebbero sborsato anche di più. Ovviamente, tale movimentazione di persone ha provocato un effetto indotto. Hanno lavorato di più, in diverse zone della città, tutti gli esercizi commerciali, soprattutto bar e ristoranti. I numeri parlano da soli. 210 mila presenze con una ricaduta di ricchezza turistica di quasi 2 milioni e mezzo di euro. Ed è un esempio di cosa si dovrebbe fare per promuovere strade, penso a via Roma, ma non soltanto, altrimenti destinate al declino, che magari la ZTL rende evidente e amplifica, ma che è già iniziato da anni. Durante le visite faceva piacere parlare con i tuoi concittadini, scambiarsi informazioni sulla bellezza di questo o quel luogo. Insomma, una bella esperienza. Che in altri luoghi, dopo dieci anni di svolgimento, avrebbe trovato una sistemazione istituzionale, attirando sempre più “turisti” non solo palermitani, ma da tutta la Sicilia e provenienti dal resto della penisola e del mondo. Tra l’altro, Palermo è così ricca di luoghi che i siti da visitare si potrebbero almeno raddoppiare. Poiché noi sappiamo essere bravi, ma spesso solo quando ci esprimiamo in singole eccellenze e in determinati periodi, ma non riusciamo ad essere competitivi alla lunga distanza, non sarebbe male che questa bella pagina entrasse nei programmi elettorali dei candidati a sindaco. Senza fermarsi tra la polvere dei fogli, perché, lo sappiamo, di mirabilie preelettorali è pieno il mondo, di cose che poi hanno trovato concreta realizzazione dopo l’elezione ci sono pochi esempi virtuosi. Tanto che non sarebbe male inserire dentro la scheda in cui l’elettore appone il proprio voto, almeno dieci punti di cose da fare. Tutte. Con tempistica precisa, e se non fatte in toto o nei tempi previsti prevedere la sanzione delle dimissioni o l’impossibilità di una ricandidatura. Cosa, dunque, potrebbe fare il prossimo sindaco con Le vie dei tesori? Non bisognerebbe inventarsi nulla, ma emulare, adattandola a noi, qualcosa che funziona bene. Viene praticata a Trieste e si può prenotare anche online (www.turismofvg. it/FVG-Card). È una card che, con un costo molto contenuto, consente di entrare gratuitamente in decine e decine di siti turistici sparsi in questo caso in tutta la regione, di fare diverse esperienze turistiche, di avere agevolazioni o gratuità sui mezzi di trasporto e sconti in alcuni negozi. Perché non trasformare Le vie dei tesori in qualcosa del genere destagionalizzando l’offerta? Con la Friuli Venezia Giulia card c’è anche la possibilità di girarsi il centro di Trieste con una semplice audioguida o con un accompagnatore in carne e ossa. Vi immaginate cosa potrebbe significare farlo a Palermo con un centro storico, con tutto il rispetto per quello di Trieste, che è una vera e propria miniera. Certo, occorrerebbe dotare i luoghi dei dovuti presidi. Per esempio, ogni volta che entro in quello che è il pantheon laico di Palermo, la chiesa di San Domenico, mi chiedo come mai nessuno ha pensato di fornire un’audioguida che spieghi i personaggi e la storia contenuti in quel luogo. Insomma, si può vivere e mangiare di turismo. Ma occorre che le istituzioni, coinvolgendo privati, associazioni e singoli preparino la tavola. Altrimenti si rimane digiuni o ci si nutre solo per poche settimane l’anno. C’è qualche candidato a sindaco (ma potrebbe valere pure per i candidati a Palazzo D’Orleans visto che la FVG card copre tutta una regione) che vuole mettere, concretamente, nel suo programma per Palermo 2017-2022 una cosa di questo tipo?

giovedì 27 ottobre 2016

I ristoranti spagnoli che non digeriamo e i nostri souvenir di mafia.

La Repubblica Palermo 
26 ottobre 2016
I souvenir col marchio mafia venduti sotto casa
Francesco Palazzo

La notizia è che in Spagna più di quaranta ristoranti con il logo mafia dovranno cambiare, su forte richiesta dell’Italia e su decisione dell’Europa, marchio. Non si può lucrare, questo era il senso della richiesta italiana, che è stata corredata dalle immagini delle stragi del 1992 e da quelle dell’assassinio di Piersanti Mattarella, su una cosa terribile come Cosa nostra. Ora però, visto che ci siamo, dovremmo spiegare all’Europa, e agli spagnoli, perché mai in Sicilia, terra che ha fondato la casa madre di mafia spa, ci sono migliaia di negozi, anche cinesi, che smerciano souvenir inneggianti alla mafia. Che, ovviamente, poiché è molto improbabile che un siciliano possa comprarne uno, visto che ha l’originale sotto casa, sono rivolti al mercato dei turisti. Che non so se li acquistano, ho chiesto più volte ai commercianti e ho avuto risposte evasive, ma intanto se li trovano un po’ dappertutto. Da Taormina a Cefalù, da Erice e a Palermo, da Catania a Modica. Anche nell’isoletta più sperduta trovi un negozietto che ti vende il mafioso e la mafiosa, le tre scimmiette che non sentono, non vedono e non parlano, tazzine, magliette con la foto del protagonista de il Padrino, statuine con lupare a tracolla, apribottiglie, magliette. Insomma, un po’ di tutto. Molto probabile che gli spagnoli, visitando la nostra isola, si siano portati dietro questi souvenir collocandoli nelle loro case. E poi magari siano andati in questi ristoranti spagnoli. Vivendo il souvenir siciliano e il menù legato alla strage americana di San Valentino del 1929 con sagome di mafiosi annesse, come un’unica esperienza folcloristica. Come la mettiamo allora? Come spieghiamo cioè all’Europa che non digeriamo, visto che si tratta di cibo, i ristoranti con il marchio mafia e poi lo vendiamo in migliaia di esercizi commerciali sparsi per tutta la Sicilia? Dovremmo impedire forse la produzione e la vendita di questa oggettistica? E a chi dovremmo avanzare istanza, nel caso ci decidessimo, all’Europa? Non sarebbe bizzarro? Ci potrebbero rispondere come mai, prima di chiedere la sanzione per i ristoranti spagnoli, non abbiamo guardato dentro casa nostra e dentro la cosa nostra che vendiamo ai flussi turistici italiani e internazionali. Ma forse la domanda che dobbiamo farci è un’altra. È possibile intervenire, o quanto meno ha senso farlo, perché visto il caso dei ristoranti spagnoli è possibile, sul mercato per fermare le sue espressioni più o meno eccentriche e certamente criticabili? Cioè, la critica deve coincidere con la censura. Si potrebbe rispondere di sì, se con l’attività censoria si potessero combattere le mafie. Ma sappiamo che così non è. E, anzi, quando un tempo, da ragazzino a Brancaccio, mi si diceva sottovoce di non parlare di mafia non significava certo che la stessa non esisteva solo perché mi proponevano di eliminarla dal mio pensiero e dal mio lessico. Allora, più che inseguire questo o quel particolare uso della mafia a fini commerciali, e quello dei ristoranti iberici è l’ennesimo caso e certamente non l’ultimo, potrebbero giovare percorsi alternativi. Ad esempio, mi trovavo ad Erice e, in un negozio accanto a quello che vendeva questi orribili souvenir pro mafia, ce n’era un altro dove si proponeva l’opuscoletto, edito dall’editore trapanese Di Girolamo, “La mafia spiegata ai turisti” (autore Augusto Cavadi), che già conosce una miriade di traduzioni in diverse lingue, pure in cinese e giapponese. Siccome è un testo che mi risulta essere molto venduto, e che viene proposto in diversi siti turistici in Sicilia, è possibile che tanti viaggiatori spagnoli lo abbiano comprato, sistemato nelle loro librerie e leggendolo si siano tenuti lontani dai ristoranti “La mafia se sienta a la mesa (La mafia si siede a tavola). Magari in questo modo, rispetto al proibire e basta, ci stiamo un po’ di più a creare una coscienza e, soprattutto, una conoscenza antimafia. Ma andremo molto più lontano.

giovedì 13 ottobre 2016

Ponte sullo stretto. La coperta di Linus dei siciliani.

La Repubblica Palermo - Pag. I
13 ottobre 2016
Se il ponte è un alibi
Francesco Palazzo

Il dibattito riguardante il ponte sullo stretto celebra sempre la sua penultima puntata. Ora le acque si stanno calmando dopo l’ultima presa di posizione favorevole del presidente del consiglio Matteo Renzi. Ma state certi che il battaglione dei siciliani, che sanno dalla a alla z di cosa è priva la nostra regione, sparerà sempre come un sol uomo. Le risposte negative dei siciliani sulla questione sembrano essere due. Ma la sentenza è sempre la stessa. Al fondo, come cercheremo di argomentare, c’è una ragione consistente quanto una balla di zucchero filato. Ci sono i siculi che esordiscono: premetto che sono d'accordo. Ed è come quando il tuo interlocutore inizia con l'excusatio non petita di avere un sacco di amici gay, che tu ti allarmi subito e fai bene. Dopo la premessa ti sciorinano una serie interminabile di cose che mancano nella nostra regione e che andrebbero fatte prima. Tanto che non capisci più cosa voglia dire quel sì. Poi ci sono i no da cui ottieni ragioni tecniche e ambientaliste, che sono però soltanto un preambolo per dipingere, che ve lo dico a fare, la solita lista della spesa di ciò che non c'è in Sicilia. Non vogliamo accennare ai risvolti tecnici e ambientalisti della grande opera. È un ginepraio dal quale è difficile uscire in buona salute. Basta dire che altri ponti simili, o più sfidanti dal punto di vista delle condizioni ingegneristiche o ambientali, sono stati innalzati in altre parti del mondo senza mettere in tavola tragedie da cavalleria rusticana. Per fare un solo esempio, ma potrebbero essere diversi, potremmo riferirci alla grande opera che collega la Svezia alla Danimarca. Realizzata con l'ingegno italiano e che un'amica ci descriveva entusiasta di ritorno da un viaggio. Chiedendosi perché in altri posti sì e da noi no. Altrove le cose semplicemente si fanno o non si fanno, qui ci ubriachiamo da tempo immemore di parole, chiacchiere e distintivi. Che se ci fanno il ponte test in qualche posto di blocco ci ritirano macchine, patenti e salvagenti. Ma il punto su cui vogliamo riflettere è un altro. Ed ha la forma della consueta litania, prima descritta, che si alza alta in cielo ogni volta che qualcuno pronuncia la parola ponte. Ma come, in Sicilia manca tanto e voi ci volete costruire il ponte sulla testa? Scherzate o dite vero? Il punto è capire perché quello di cui siamo sprovvisti non si è fatto nei 70 anni di autonomia speciale. Chi lo ha impedito? Probabilmente la dea bendata, o il destino cinico e baro, hanno reso vani gli sforzi. Eppure sono passati e passano sotto il nostro naso miliardi provenienti dallo stato e dall'Unione Europea. In altri posti hanno utilizzato questi fondi per progredire e tenersi i giovani che da noi fuggono, come riportato da questo giornale citando dati recenti della Fondazione Migrantes. In realtà, e lo sappiamo bene, questo contrapporre quello che non c'è all'idea del Ponte è solo una grande ipocrisia. Diciamolo chiaramente, allora. I soldi per fare altro in Sicilia in questi sette decenni repubblicani sono arrivati a fiumi e ne continuano ad arrivare. Se non si sono fatte le cose che ci servirebbero, ma anche qui si potrebbe discutere, perché non tutto in Sicilia è con il segno negativo, l'innocente ponte non c'entra assolutamente nulla. La questione del ponte richiama dunque non le colpe di Roma su quanto non ci ha concesso, ma le responsabilità di tutti noi abitanti di questa regione. Quello che siamo o non siamo, che abbiamo o che non abbiamo rappresenta la biografia di un intero popolo. Una decina di anni addietro venni invitato da un'associazione di sinistra a discutere di alcuni argomenti. Tra questi il ponte. Dissi, di fronte ad un uditorio che si aspettava parole diverse, che quel no al ponte era una battaglia ideologica di retroguardia e che avremmo fatto bene a guardare le nostre eventuali disattenzioni su tutto il resto. Fui redarguito e si guardarono bene dall'invitarmi una seconda volta. Molti siciliani da quella posizione di retroguardia non si sono più mossi invecchiando insieme ad essa.